8 Marzo 2020

Uno, lo strano destino di un campione qualunque

di Pino Benincasa

Il sudore si formava sulla fronte in goccioline minuscole. Poi la forza di gravità cominciava il suo lavoro e le piccole stille scendevano fino alle sopracciglia. Lì, che prendessero a destra o a sinistra, il risultato era identico. Si infilavano nell’occhio, bruciavano, sabotavano la vista, e in più i grossi guanti della
Uhlsport gli impedivano di detergersi come avrebbe voluto. Lasciava sempre un asciugamano nell’angolo sinistro della porta, dopo l’ispezione della rete da parte del guardalinee, ma era solo un gesto scaramantico, perché quasi mai si azzardava a distogliere lo sguardo da quanto accadeva in campo. A maggior ragione quel giorno e in quel momento, quando mancavano dieci minuti alla fine della finale di ritorno della Coppa Italia 1980.
Ancora zero a zero, come all’andata. Niente sembrava poter sbilanciare l’equilibrio di quella sfida infinita, considerato che anche in campionato sullo stesso risultato a occhiali si erano chiusi gli incontri tra le due squadre.
Lo stadio era una bolgia, stracolmo in tutti i suoi sessantamila posti e probabilmente anche di più. Nel secondo tempo gli era toccata la porta sotto la curva avversaria perché Marco Corollario, il suo capitano, si ostinava a scegliere la palla tutte le volte che la moneta lanciata sul dorso della mano dell’arbitro gliene dava l’opportunità. Nonostante ciò si sentiva bene, i titoli attribuiti dai tifosi ai propri ascendenti e affini gli scivolavano via come l’acqua su un impermeabile e il sole, che per tutti quei quarantacinque minuti aveva messo a durissima prova il suo cuoio capelluto, stava finalmente intraprendendo il viaggio per andare a fare la stessa cosa, con qualcun altro, dall’altra parte del mondo. Pensando a cosa attendeva il suo collega neozelandese la bocca si aprì involontariamente in un mezzo sorriso. Un attimo e si trasformò in uno intero. Di più. In un ghigno invasato. Giovanni Capoccio, il loro centravanti, aveva appena segnato.
Goal!
Il pubblico reagì con un boato devastante che esplose improvviso a pervadere l’aria e a far tremare la terra, soffocando il proprio urlo tanto da impedire a lui stesso di sentirlo. I suoi compagni si abbracciarono al centro del campo ma lui era troppo lontano per partecipare alla festa, c’era abituato e approfittò dell’esultanza generale per prendere l’asciugamano e togliersi, sperando definitivamente, il sudore dalla faccia.
Arrivava il momento più difficile, lo sapeva bene. Tra loro e la coppa rimanevano pochi minuti, ma erano decisivi. Il gioco riprendeva ed era certo di vedersi arrivare addosso l’intera squadra avversaria pronta a dare battaglia fino all’ultimo secondo, all’ultimo residuo di energia. Anche a questo era abituato, nessun problema. Avrebbero vinto o perso, ma di certo pure lui avrebbe lottato fino alla fine.
All’inizio non voleva prendere niente ma adesso era contento di aver dato retta al dott. Galeotta quando aveva insistito per i ricostituenti. Forse per la corporatura imponente ogni anno, con l’arrivo della bella stagione, subiva sempre un calo fisico notevole. Questo lo metteva di cattivo umore generando a sua volta una flessione anche mentale. Per fortuna c’erano i farmaci, li prendevano tutti. Lui nello specifico faceva flebo ricostituenti. Non sapeva bene di cosa si trattasse, né i nomi sui flaconi gli dicevano qualcosa. Gli era stata spiegata a grandi linee la causa di quella debolezza: i reni. Su quelli si interveniva per eliminarla. Assumeva i farmaci di solito a inizio settimana e il miglioramento era indiscutibile. Lo stesso per i suoi compagni che il caso aveva voluto veder correre nel campo in lungo e in largo, costringendoli spesso a combattere con la pubalgia. Per quella c’erano i raggi, anche loro dal nome impronunciabile.
Ci vorrebbe almeno qualche crocerossina.
Scherzavano guardando divertiti quello che più di uno spogliatoio sembrava un ambulatorio. D’altronde le medicine erano necessarie per sostenere i ritmi del calcio moderno, ne avevano discusso anche con la società. Erano dei professionisti pagati fior di milioni, dunque perfettamente logico e comprensibile, da parte loro, adeguarsi per il bene della squadra.
« Ettore, tua! »
« Merda! »
Si accorse immediatamente che il retropassaggio era corto. Lui e l’attaccante scattarono come due elastici liberati dopo aver raggiunto la massima tensione, entrambi diretti verso la sfera bianca e nera. Ettore la vedeva rotolare verso di lui con lentezza esasperante. Ci arrivò comunque per primo, almeno questa fu la sua impressione mentre scivolando sull’erba la smanacciava verso la linea laterale. Sentì il contatto della caviglia dell’avversario nello stomaco, ma lo stesso era tranquillo di aver evitato il pericolo. Più del fischio prolungato furono le urla dei suoi compagni ad azionare nella sua testa il campanello d’allarme. Il tempo di rialzarsi e vide l’arbitro, il sig. Francesco Zurlo da Tivoli, correre col braccio teso e l’indice inesorabilmente puntato sul dischetto del calcio di rigore.
Si scatenò una baraonda. L’intera squadra circondò l’uomo in divisa nera togliendolo alla vista del resto del mondo, la panchina schizzò in piedi trattenuta a stento dagli addetti a bordo campo, un loro tifoso scavalcò la recinzione e fu placcato da un celerino quando era ormai a pochi metri dal gruppo intorno all’arbitro, intanto cento lire e accendini piovevano dagli spalti come in un temporale. Ettore guardava tutto come se non lo riguardasse, e in effetti era così. Neanche uno di quei gesti impulsivi avrebbe mutato la decisione inappellabile. Camminò all’indietro fino a raggiungere la linea di porta disinteressandosi di ogni cosa, conoscendo fin troppo bene quello di cui doveva preoccuparsi. Per la regola dei goal fuori casa l’uno a uno li avrebbe condannati alla sconfitta, dunque la coppa sistemata sul tavolino tra le due panchine era letteralmente nelle sue mani.
Era anche nei piedi di qualcun altro però e lui sapeva perfettamente di chi. Si guardò intorno e lo vide. Se ne stava anche lui in disparte, lontano dal parapiglia. Da quaranta metri di distanza i loro occhi si incrociarono e ad Ettore sembrò di vedere un sorriso sul suo volto ma non riuscì a decifrarlo. Strafottenza, nervosismo, sfida, paura? Stabilirlo era impossibile e nemmeno necessario. Decise in quel momento l’unica cosa sensata da fare. Non guardare più dentro a quei buchi imperscrutabili che l’avrebbero inevitabilmente mandato in confusione.
Claudio Asti cominciò a venire verso di lui mentre in campo la situazione tornava lentamente alla normalità. Avanzava con andatura caracollante, ostentando una sicurezza probabilmente finta, sembrava quasi che danzasse. Alto e con i capelli lunghi e mossi gli ricordava Ivano Fossati nel concerto a cui aveva assistito un paio di mesi prima.
Fino alla stagione precedente Claudio era stato un loro compagno di squadra, per ben quattro anni. Poi improvvisamente quel cambio di maglia a lasciare tutti di stucco, per primo lui, nell’ultimo anno suo compagno di stanza in ritiro. L’avevano appreso dai giornali e questo era stato l’unico elemento a dargli un po’ d’amaro in bocca, per il resto erano vicende normali nel loro ambiente. Accadevano da sempre e sempre sarebbero accadute, tanto più ora, quando l’imminente riapertura delle frontiere ai giocatori stranieri avrebbe certamente portato movimenti di mercato ancora più vivaci.
Questi pensieri lo stavano distogliendo da quello più importante. Scosse la testa per scacciarli nell’istante in cui il suo avversario riceveva la palla dall’arbitro e si apprestava a posizionarla sul dischetto. Quattro anni passati a giocare con gli stessi colori addosso li avevano portati a trovarsi uno di fronte all’altro, in quell’identica posizione, forse migliaia di volte in allenamento. Si conoscevano, ciascuno era consapevole dei movimenti dell’altro, ne poteva intuire addirittura i segreti e questo aspetto aggiungeva ulteriore sale a una sfida che non avrebbe potuto essere più sapida.
Qualche compagno venne a incoraggiarlo ma lui non diede peso alle parole, non le sentì nemmeno. Piantò bene i piedi sulla linea di porta, leggermente piegato sulle ginocchia e con le braccia aperte ad abbracciare l’universo intero. La classica posizione di attesa. Si accorse del silenzio gelido calato ad avvolgere lo stadio, trasformando l’aria afosa di metà giugno in una versione mai vista di vento siberiano, solo perché poté sentire distintamente il battito del proprio cuore. Palpitava ritmico e sicuro, una macchina dal sincronismo perfetto. Lo trovò confortante e di buon auspicio. In ogni caso, mutismo o gazzarra non faceva per lui nessuna differenza.
Il momento era arrivato. Il pallone era sul dischetto, Claudio Asti qualche metro più indietro pronto per la rincorsa, l’arbitro al centro dell’area di rigore si portava il fischietto alla bocca.
Ettore era solo. Isolato, unico, emarginato, libero.
Ce l’aveva scritto anche sulle spalle.
Ettore era uno!
Il sibilo intenso e prolungato, provocato dalla pallina mossa all’interno del fischietto dal soffio dell’uomo in giacchetta nera, arrivò a infrangere l’aria immobile e insieme le sue orecchie. Vide il suo avversario muovere il primo passo, poi chiuse gli occhi.
Uno, due, tre.
Li riaprì e si tuffò a sinistra e accortosi di aver indovinato il lato si distese in tutti i suoi centonovanta centimetri, finché sentì quella sfera benedetta sbattere sui polpastrelli. Fece appena in tempo a vederla, con la coda dell’occhio, mentre rimbalzava fino a oltrepassare la linea di fondo. Cercò di alzarsi ma fu letteralmente sepolto dall’abbraccio euforico dei suoi compagni che gli franarono addosso uno dietro l’altro.
La sua reazione fu inaspettatamente rabbiosa. Se li tolse di dosso a fatica e cominciò a inveirgli contro come se il goal l’avesse subito anziché evitato.
« Basta! Tornate in campo brutti stronzi. Non è ancora finita! »
Non provò nessun rammarico per quelle parole. Doveva scuoterli, c’era ancora da giocare. Questo disse a se stesso uscendo in presa plastica sul cross dal corner seguito al calcio di rigore. La verità era che l’adrenalina gli era entrata in circolo annebbiandogli il cervello, rendendolo a sua volta euforico. Andava pian piano prendendo coscienza dell’enormità dell’impresa appena compiuta e sentire il proprio nome scandito in coro da tutto lo stadio ne era la dimostrazione lampante. Quella parata l’avrebbe consegnato alla storia, il suo nome sarebbe stato ricordato negli almanacchi calcistici, i padri l’avrebbero tramandato ai figli raccontando le vicende della loro squadra del cuore. In fondo per quello si giocava a pallone. Stava per concretizzare l’aspirazione segreta di tutti i calciatori del pianeta, professionisti e non. Questo pensiero lo riempiva di gioia, incredulità, orgoglio. Si rendeva conto di quanto era fortunato, provava un sentimento di trionfo paragonabile a un vero e proprio delirio di onnipotenza.
Nel momento in cui gli giunse all’orecchio il triplice fischio dell’arbitro fu convinto di avere la possibilità di realizzare qualsiasi cosa avesse voluto, niente poteva essergli precluso. A suggellare quell’ebbrezza arrivarono i suoi compagni a sollevarlo da terra, caricarselo sulle spalle e portarlo in trionfo come se fosse lui, non la coppa, il trofeo appena vinto. Non si lamentò affatto per quel ruolo non richiesto ma che gli era stato assegnato, anzi, ne assaporò appieno la sensazione inebriante. Percorse in quella posizione un giro di campo quasi completo, accompagnato dai cori incessanti del pubblico e quando finalmente i suoi piedi riguadagnarono il contatto con il suolo, mentre tutti si preparavano ad alzare al cielo l’agognata coppa, si guardò intorno spaesato, senza sapere bene cosa fare. Come in una ripresa panoramica i suoi occhi ruotarono ad inquadrare tutto lo stadio, fino a quando si fermarono in corrispondenza della porta difesa fino a pochi minuti prima. Lì capì improvvisamente quanto fosse difficile da accettare l’essenza stessa del calcio, dello sport in generale e forse anche della vita: qualcuno vinceva e qualcun altro perdeva.
Si avvicinò e tese la mano a Claudio Asti, seduto sul dischetto disegnato col gesso che aveva appena decretato l’altare per l’uno e la polvere per l’altro. Teneva le braccia incrociate sulle ginocchia, con la testa incassata nel mezzo. Quando afferrata la sua mano fu in piedi di fronte a lui, Ettore si accorse delle lacrime spuntate nei suoi occhi al posto dell’aria di sfida.
« Bella partita, complimenti Claudio. »
Gli disse mantenendo la stretta pur sapendo quanto inutili fossero le sue parole. A riprova di ciò arrivò il sorriso a denti stretti del suo ex compagno di squadra, seguito da una risposta amara e beffarda.
« Già, posso immaginare quanto ti sia piaciuta. Adesso togliti dai piedi e vai ad alzare la tua coppa, te la sei meritata. »
Claudio cercò di riavere indietro la sua mano ma Ettore non glielo permise. Quasi senza rendersene conto lo tirò a sé e lo strinse in un lungo abbraccio di cui forse aveva più bisogno lui del suo avversario. Quando si staccò per andare a raggiungere i suoi compagni in festa, non poteva immaginare quanta gratitudine quel gesto avrebbe sprigionato.

… bip … bip … bip …
Guardò il serpente verde percorrere ritmicamente da un lato all’altro il monitor del ventilatore meccanico e si ricordò di essere ancora vivo. Alla fine si era addormentato e il sogno di quella partita di trent’anni prima, l’apice della sua carriera di calciatore, era stato così realistico da dargli l’impressione di essere già in paradiso a rivivere i momenti più belli della sua vita. Perché poi dovesse meritare il regno dei cieli anziché quello degli inferi, rimaneva un mistero di cui solo il suo inconscio conosceva la soluzione. Per fortuna era ancora capace di alzare le palpebre e muovere gli occhi per guardare la realtà che lo circondava, diversamente il dubbio sulla sua condizione non l’avrebbe abbandonato. Come poteva essere altrimenti? Un mostro si era impossessato di lui e l’aveva imprigionato nel suo stesso corpo, prima ancora di costringerlo immobile su un letto.
Il dramma era iniziato qualche anno prima nel modo più subdolo possibile. Mai avrebbe potuto immaginare quello che sarebbe seguito a quell’indolenzimento avvertito nelle gambe. Non se n’era curato, aveva fatto finta di niente nella speranza che passasse, non ne aveva parlato nemmeno a Gisella, tanto era convinto di essere di fronte a una quisquilia. I crampi invece erano aumentati, estendendosi lentamente anche alle braccia, aveva iniziato ad inciampare per strada, fino a quando una mattina non era riuscito ad allacciare i bottoni della camicia. A quel punto non era stato più possibile ignorare il problema, anzitutto con se stesso.
Eppure ancora dentro di lui era rimasta la certezza di doversi confrontare con qualcosa di gestibile, una questione di metabolismo o roba del genere. Quando il suo medico, dopo avergli grattato la pianta del piede con un matita e aver visto le sue dita schizzare all’infuori come impazzite, gli aveva domandato quale fosse la sua attività, era rimasto un po’ sorpreso.
« Cosa c’entra la mia attività, dottore? » era stata la sua risposta mentre un vago senso di inquietudine aveva iniziato ad intrufolarsi nella sua testa. Il medico non si era scomposto ma l’aveva sollecitato, ed Ettore aveva raccontato la sua carriera.
« È al corrente che diversi calciatori degli anni settanta e ottanta sono affetti dal morbo di Gehrig, meglio conosciuto come SLA? »
Così aveva fatto la prima conoscenza della sua nuova amichetta, talmente affezionata da non abbandonarlo mai più da allora, fino a ridurlo in quello stato. Rigido come un pezzo di legno, senza la possibilità di muovere un muscolo, gli sembrava di essere un pesce rosso destinato a guardare il mondo dall’interno della sua boccia di vetro. Infatti vedeva tutto, percepiva ogni cosa, era perfettamente cosciente del suo stato, a volte avvertiva una lucidità mentale da fare invidia a chiunque. Paradossalmente questo lo faceva schiumare di rabbia più dell’incapacità di deglutire la propria saliva, perché di tutta quella cognizione non sapeva cosa farsene, era totalmente inutile, non aveva modo di servirsene. L’aspetto più atroce della SLA. La maledetta, fottutissima sclerosi laterale amiotrofica. Nessuno riusciva a capirlo, a rendersi conto di quanto fosse terribile avere una mente funzionante dentro un corpo inservibile. Ettore ormai ci aveva rinunciato a tentare di spiegare. Sua moglie, i suoi figli, i medici, sempre impegnati a cercare di convincerlo che in fondo era una fortuna, gli dava almeno la possibilità di capirsi, di comunicare. Non dubitava della loro buona fede né della bontà di quella tesi osservata dal loro punto di vista. Ma se per gli altri era davvero una fortuna, cos’era per lui preferiva non esternarlo più, per evitare di aggiungere sofferenze inutili a quelle già tremende affrontate dai propri familiari.
Qualche notizia gli era giunta all’orecchio anche prima di quella visita ma l’aveva semplicemente registrata e archiviata, come si fa di continuo con tante informazioni. Solo da quel giorno aveva approfondito l’argomento e mentre il suo corpo inesorabilmente lo piantava in asso, era andato scoprendo una realtà di cui non aveva minimamente sospettato l’esistenza.
Intanto come gli aveva detto il dottore, non erano pochi i casi riguardanti suoi ex colleghi. Non c’erano certezze, né scientifiche né giudiziarie, ma se tre indizi fanno una prova, allora la casistica era tale da inchiodare alla sbarra qualsiasi accusato. Dalle sue
ricerche tutti gli elementi conducevano agli stessi imputati: i farmaci.
Guardò la luce aumentare e filtrare dalle persiane segnalando l’inizio di un nuovo giorno e una lacrima gli scese sulla guancia al pensiero di quanto era stato stupido, di quanto tutti loro lo erano stati. Ridevano e scherzavano mentre si facevano di tutto senza nemmeno lontanamente farsi sfiorare dal dubbio che stessero giocando con il fuoco, con la loro pelle. Si credevano degli eroi invincibili, indistruttibili, immortali. Erano solo dei ragazzotti ignoranti, ai quali bastava raccontare quattro fregnacce per far credere che fosse il sole a girare intorno alla terra. O per far girare loro stessi come un pianeta. All’epoca, come tutti, non si era preoccupato di indagare sul contenuto delle schifezze chimiche ingurgitate né sulla loro reale efficacia. Oggi poteva affermare di avere in materia una cultura paragonabile a quella di un luminare della medicina.
Prima di tutto il Cortex, a cui era abbonato. Corteccia surrenale. Faceva le iniezioni il lunedì o il martedì per favorire il recupero dopo la partita, qualche volta anche delle flebo. Poi c’era l’Optalidon, mischiato a qualche pastiglia di Actifed, la famosa bomba Z che, dopo aver lasciato solchi sull’erba per novanta minuti, ti teneva sveglio per un paio di giorni. Come dimenticare la pubalgia? Quella fastidiosissima infiammazione agli adduttori delle cosce impediva di correre e quindi di scendere in campo. Si poteva tollerare una roba del genere? Certamente no. E allora vai con dosi di raggi Roentgen da far sfigurare il teletrasporto a bordo dell’Enterprise. O ancora il Micoren per tirare su il cuore, senza sapere però fino a quale punto. Se le ricordava tutte quelle scatoline colorate, così allegre e invitanti, rassicuranti. Gli pareva di essere stato trattato come un bambino con le caramelle, stuzzicato, invitato e provocato, fino a quando non era stato lui stesso a reclamarle.
Questo era la norma in quegli anni, un sistema vero e proprio. Probabilmente nemmeno i medici conoscevano le conseguenze provocate da quella specie di bazar farmaceutico, ma questo non gli era di nessuna consolazione. Come non lo era per i tanti suoi colleghi costretti a patirne le conseguenze o che, peggio ancora, le avevano già irrimediabilmente subite. Perché pur non essendo dimostrato il nesso tra quelle abitudini terapeutiche e le varie patologie emerse negli anni, secondo lui la relazione era fin troppo evidente.
A ogni modo il danno ormai era fatto e ad Ettore non rimaneva niente se non dedicarsi alla sua ultima battaglia, aveva lottato tanto anche per quella e il momento adesso era arrivato. Non si sarebbe arreso e avrebbe vinto anche questa volta!
Come se gli avesse letto nel pensiero Claudio Asti bussò alla porta e senza attendere risposta entrò e in pochi passi fu di fronte al suo letto.
“Com’è invecchiato” si ritrovò a pensare Ettore ancora scombussolato dal suo sogno, quando invece l’aveva visto l’ultima volta la sera precedente. Sorrise nella sua mente, con la bocca gli era impossibile farlo già da un po’ di tempo, immaginando come il suo amico dovesse vedere lui. Accantonò quella riflessione prima che dal sarcasmo lo portasse all’autocommiserazione, alla quale voleva assolutamente sfuggire.
« Sei pronto? »
Si sentì chiedere da Claudio con voce ferma dalla quale traspariva però una certa tensione. Abbassò le palpebre nel gesto diventato per convenzione la sua risposta affermativa. Ed era pronto davvero. Non era giunto fino a quel punto per tirarsi indietro, dopo tutta la strada percorsa non solo metaforicamente. Era arrivato nella stanza di quella clinica a Zurigo dopo aver tentato di tutto, fino a quando, suo malgrado, aveva dovuto accettare l’idea di vivere in un Paese in cui lo Stato pretendeva di ingerire nella sfera privata degli individui fin negli aspetti più personali, riservati, intimi. Dove, in nome di supposti principi etici e religiosi, si avanzava il diritto di imporre a ognuno regole riguardanti il modo in cui condurre la propria vita, il modo di soffrire. E quello di morire!
Come sempre nella sua vita Ettore non si era arreso, non aveva voluto piegarsi a questa logica arrogante che ledeva la dignità umana di chi già vedeva la propria ridotta al lumicino e senza alcuna possibilità di redenzione.
Ovviamente la cosa più difficile era stata spiegare tutto alla sua famiglia. All’inizio Gisella era rimasta incredula, l’aveva supplicato, cercando in ogni modo di farlo desistere. Poi pian piano, da donna intelligente qual’era, aveva iniziato a valutare la cosa dal punto di vista di Ettore, ad accettare anche le sue ragioni. Non era stato certo incoraggiato e non l’avrebbe neanche preteso. Se per la testa della moglie le sue motivazioni erano perfettamente sensate, lo stesso non si poteva dire per il cuore che inevitabilmente faticava ad accettarle. Ecco perché non aveva voluto essere accompagnato fino in Svizzera, per risparmiarle lo strazio derivante dalla sua decisione.
Senza essere preceduta da alcun colpo sul battente, la porta della sua stanza si aprì di nuovo, il dott. de Bruet entrò salutandoli entrambi calorosamente e gli somministrò l’antiemetico, come convenuto. Mentre era in corso quell’operazione i suoi occhi incontrarono quelli di Claudio e, così com’era accaduto in quella lontana finale di coppa, anche questa volta gli fu impossibile decifrare lo stato d’animo celato dietro quelle pupille. C’era solo una differenza, per lui fondamentale. Mentre trent’anni prima si erano guardati da avversari, questa volta giocavano nella stessa squadra. Per Ettore era una consolazione indicibile.
Il medico lasciò la stanza e i due vecchi compagni si ritrovarono da soli a guardarsi, non senza un certo imbarazzo. Per gli strani intrecci che rendono la vita tanto imprevedibile, da quell’abbraccio avvenuto sul campo al termine della partita, era nata tra loro un’amicizia profonda, un legame cresciuto d’intensità con il trascorrere del tempo, tanto da diventare per entrambi un rapporto fraterno. Talmente forte che, quando si era ritrovato a pensare chi voleva accanto in quel momento, Ettore non era stato sfiorato dal minimo dubbio, né titubanze aveva avuto Claudio ad accettare. Ovviamente anche con lui se ne era parlato a lungo, analizzando la questione nelle sue innumerevoli sfaccettature, non ultime quelle legali. Quando lui però aveva preso la sua decisione, individuando il suo personale modo di sconfiggere la SLA, il suo amico era presente e a lui Ettore aveva affidato il compito più difficile. Glielo leggeva adesso negli occhi quanto fosse pesante da portare quel fardello e ringraziava la sorte per avergli dato la possibilità di conoscere una persona come quella.
Il dott. de Bruet rientrò nella stanza tirandosi dietro un sostegno con le rotelle al quale era attaccata una flebo ed Ettore cercò disperatamente di sorridere ma non fu affatto convinto del risultato ottenuto. In fondo meglio così, forse era giusto tenere per sé i sentimenti dei suoi ultimi istanti di vita. Il medico collegò il tubicino della flebo all’ago endovenoso inserito nel suo braccio già da prima della partenza dall’Italia, dopodiché indietreggiò di qualche passo, dando così il segnale di aver terminato la sua parte.
Tutti sapevano a chi toccava continuare e Claudio non si fece pregare ma avanzò rapidamente verso il letto e la larva umana che ci stava sopra. Ettore lo guardò ancora una volta dritto negli occhi, cercando di esprimergli tutta la sua sconfinata amicizia, riconoscenza, gratitudine.
« Sei assolutamente sicuro? »
Fu l’ultimo disperato tentativo del suo amico di farlo desistere. Lui abbassò di nuovo le palpebre e Claudio, con la colonna sonora di un sospiro profondo, gli sollevò la mano destra e la appoggiò sulla valvola dell’endovena. Gliela strinse tra l’indice e il pollice e lo aiutò a girare. Ettore guardò con sollievo le prime goccioline di pentobarbital di sodio scendere nel tubicino fino a raggiungere il suo braccio.
Dunque era fatta. Aveva ottenuto quello che andava cercando da quando si era reso conto di trovarsi a combattere contro un nemico crudele e inarrestabile. Anche se a tanti poteva sembrare una sconfitta, per lui era l’unico modo di fregare la maledetta SLA e di vincere anche quella sfida altrimenti impari. Arrivare prima di lei!
Cominciò a sentire una sensazione di benessere come mai gli era capitato prima, gli sembrava di essersi già staccato dal proprio corpo. Si guardò intorno ma la stanza era vuota, non vedeva più nessuno. Non era del tutto sicuro se Claudio e il dottore fossero usciti o se si trattasse semplicemente dell’effetto del narcotico che ormai circolava liberamente nelle sue vene. Non aveva importanza, era contento cosi.
Come sulla linea di porta, difesa migliaia di volte, Ettore era solo.
Isolato, unico, emarginato, libero.
Ettore era uno!
Appena un paio di minuti.
Poi non fu più nemmeno quello.