8 Marzo 2020

Madri e figlie

di Diana Millan

Gioco a Tetris. Mi piace incastrare i pezzi nel modo giusto: almeno lì le cose sembrano prendere il proprio posto, avere un senso. A differenza della vita. Adesso che aspetto il mio primo figlio, anzi, figlia, ricordo le mie due madri. Faccio sostare il pensiero sulla loro immagine che, sfocata, fa da sfondo alla mia vita. Proprio come il desktop del computer o la carta da parati. Con l’unica differenza che non posso cambiarli a mio piacimento. Loro, che lo voglia o no, restano al proprio posto. Ogni giorno, ogni minuto, ogni attimo. Sempre presenti, non mi abbandonano mai.
La mia madre naturale aveva lasciato improvvisamente me e mio padre, pochi giorni prima del mio decimo compleanno. Nove anni, undici mesi e tredici giorni, per essere precisi. Più ancora che l’essere andata via, l’affronto più grande per me, allora, fu averlo fatto due settimane prima del compleanno. Lo avevo atteso con trepidazione perché, finalmente, diventavo grande. Almeno, nella mia testa di bambina. Quel giorno, invece, non fu come lo avevo immaginato. Nonostante gli sforzi di papà: mi portò al Luna Park, mi comprò lo zucchero filato alla fragola di cui ero golosa; la sera vedemmo un Blockbuster ma, soprattutto, mi nascose che la mamma se ne era andata per sempre. Forse, allora, non voleva crederci neanche lui. Quando mi mise a letto e gli chiesi quando sarebbe tornata, lui mi rispose “Presto”seguito da un sorriso dolce e triste. Oscuramente capii la verità e quel giorno meraviglioso ma menomato terminò con un lungo e silenzioso pianto. Nella mia memoria divenne così il compleanno più amaro della mia vita. O forse lo fu il successivo. In realtà fu l’inizio di una lunga serie. Mia madre aveva, semplicemente, conosciuto un altro uomo e, dopo una relazione clandestina durata qualche mese, aveva deciso di mollare me e papà senza tanti problemi. Fu l’unico compleanno che io e papà trascorremmo da soli perché l’anno seguente c’era già una donna al suo fianco: quella che sarebbe diventata la sua seconda moglie e la mia nuova mamma. Doris. Doris era una donna dolce e forte, non aveva matrimoni falliti alle spalle ma qualche storia andata male che l’aveva lasciata sanguinante. Non per questo incapace di amare. Giorno dopo giorno mio padre rifiorì. Ma io la odiavo. La detestavo con tutte le mie forze. Doris cercava in tutti i modi di essere una buona madre e mi amava davvero come fossi sua figlia. Ma proprio questo non riuscivo ad accettare: non sopportavo che un’estranea rendesse felice papà ancor più di quanto avesse fatto mia madre e, soprattutto, che alla felicità di mio padre non fossi bastata io. Cosa ancora peggiore, non sopportavo il fatto di ricevere quell’amore, che tanto avevo bramato da mia madre e che lei si era portata via quel maledetto giorno d’estate, da una donna mai vista. Per anni mi convinsi che un giorno la mamma sarebbe tornata in lacrime, chiedendo perdono a me e papà per tutto il male che ci aveva causato e supplicandoci di poter rientrare nelle nostre vite, se solo l’avessimo ancora voluta. E tutto sarebbe tornato come prima. Non potevo credere che potesse essere davvero felice senza di noi. Spesso scrutavo, dalla finestra della mia stanza, il vialetto che conduceva alla strada che l’aveva vista andar via, nell’attesa speranzosa che l’avrebbe anche vista tornare e riaccompagnata fino alla porta di casa. La immaginavo sbucare improvvisamente dalla curva. Ma mia madre, da noi, non tornò più.
Le gentilezze che Doris mi riservava non facevano altro che inasprire una situazione critica. Ogni tentativo di fare breccia nel mio cuore era inutile. Doris soffriva molto per quella situazione. Un giorno, avevo tredici anni, vidi la sua testa fare capolino dalla porta della mia camera. Si sedette sul bordo del letto dove ascoltavo la musica dallo walkman con la cuffia ben piantata nelle orecchie e la schiena appoggiata alla parete. Mi tolsi la cuffia di malavoglia.
« Cosa vuoi? »
« Flora, ascolta » esordì con tono paziente e pacato, « io non voglio sostituirmi a tua madre. Non potrei neanche volendo. Ma non voglio. Io non sono lei e non sono tua nemica. Vorrei soltanto che tu non mi odiassi » attese un attimo guardandomi negli occhi per capire se la stessi ascoltando, poi trasse un sospiro e continuò, « mi piacerebbe che almeno fossimo amiche, se non vuoi che siamo madre e figlia. Se non lo fai per me, sforzati per tuo padre. Ne sarebbe così felice. Non sai quanto tiene a te, quanto vorrebbe vederti crescere serena e tornare a sorridere. »
« Io e te non saremo mai amiche. Spero soltanto che tu te ne vada e ci lasci in pace. Non abbiamo bisogno di te, né io né papà. Ce la caviamo benissimo senza di te. Posso pensare io a tutto, ormai sono grande abbastanza. Non ti sopporto, tu e la tua falsa bontà. Ti odio, capisci? E questo non cambierà mai. Ora, spero di essere stata sufficientemente chiara. Vattene e chiudi la porta. »
Si alzò senza aggiungere una parola, con le lacrime agli occhi. Quella sera sentii che parlava con papà. Origliai dalle scale: diceva che forse era meglio per tutti se fosse andata via. Non voleva rovinare la vita a nessuno. Ma papà non ne volle sapere: disse che la amava e che io, prima o poi, avrei capito, che ero un’adolescente, bisognava essere pazienti e lasciar correre, che non sarebbe potuto stare senza di lei e che voleva avere al più presto un bambino. Lei, tra i singhiozzi, gli disse che anche lei lo amava e che era disposta, pur di saperlo felice, a fare tutto ciò che voleva. Tornai nella mia stanza e piansi amaramente. Odiavo quella donna buona perché sapevo che lo era davvero e, soprattutto, perché mia madre non era come lei. All’inizio avevo creduto che fingesse, recitasse per accattivarsi l’amore della figlia del suo uomo ma dovetti arrendermi dinanzi alla sua sincerità e questo mi rendeva ancora più furiosa. Non mi forniva neanche un alibi per odiarla. Ma in realtà bastava la sua esistenza.
Doris desiderava ardentemente avere un figlio da papà ma questo desiderio restò frustrato a lungo. Avevo diciannove anni ed ero matricola all’università. Un giorno, tornando da lezione, trovai Doris in cucina che preparava il pranzo cantando. Non la vedevo così raggiante da tempo immemorabile. Mi accolse con un gioioso “Bentornata!”a cui io risposi con un sonoro silenzio. Anche papà tornò dall’ufficio, salutò le sue donne e chiese che c’era di buono per pranzo.
« Oggi è un giorno speciale quindi ho preparato qualcosa di speciale: polpettone e pasticcio di patate. »
Il profumo del polpettone riempiva la casa.
« E come mai sarebbe un giorno speciale? » chiese mio padre.
« Ve lo dico quando siamo tutti a tavola. »
Doris scoppiava, era evidente che non riusciva più a trattenersi e così, subito dopo aver servito il polpettone e il pasticcio nei piatti annunciò:
« Sono incinta. »
Papà si alzò in piedi di scatto, facendo cadere la sedia con un tonfo, e restò per un attimo immobile con le mani appoggiate alla tavola, fissando Doris con occhi increduli e ricolmi di gioia. Poi la abbracciò.
« Oh mio Dio. Ma è meraviglioso! »
« Sono al secondo mese. Prima di dirvelo ho voluto esserne sicura » disse lei mentre lacrime di gioia le rigavano il viso.
« Flora, hai sentito? » mi domandò papà.
« Siete patetici » mi alzai da tavola e andai diretta in camera mia. L’appetito era mancato di colpo e la nausea mi aveva invaso stomaco e cervello.
« Flora, vieni subito qui! Flora! »
Doris trattenne per un braccio papà che, stavolta, aveva perso davvero la pazienza.
« Non è possibile che rovini ogni momento di gioia in questa casa. È proprio figlia di sua madre! » urlò esasperato papà.
« Caro, lascia perdere. Non importa. Non può rovinare niente. Tra poco coroneremo in pienezza il nostro amore con un figlio tutto nostro. Un pargoletto che riderà e giocherà in questa casa. Capisci? »
« Hai ragione, amore. Senti, ho un’idea: prendo una settimana di ferie e ce ne andiamo da qualche parte. Che ne dici? »
« Sarebbe meraviglioso. Ma il lavoro? »
« Non è un periodo critico. Non dovrei avere assolutamente problemi. Telefono subito a Daniel e domattina partiamo. »
Dopo aver sbattuto violentemente la porta di camera, avevo riaperto piano per sentire i discorsi di Doris e papà. Piangevo di rabbia. Sentii papà che chiamava in ufficio e parlava con Daniel, suo socio e amico.
« Allora è deciso. Comincia a pensare dove vuoi andare » gridò papà eccitato.
Chiusi la porta, piano, dietro di me.
Ma quella gioia durò poco. Poche settimane dopo cominciarono i problemi. Doris fu tamponata da un giovanotto che guidava in modo troppo disinvolto. Non ci furono lesioni e dopo alcuni accertamenti le fu detto di portare il collare solo per qualche giorno, a scopo preventivo. Ma le nausee si fecero sempre più frequenti, accompagnate da malori che la costringevano a letto. Alla fine si decisero ad andare dal ginecologo che rassicurò Doris dicendole che aveva semplicemente bisogno di riposo e che non doveva affaticarsi. In fondo aveva una certa età. Ma i problemi continuarono e fu solo al sesto mese che, dopo aver deciso di rivolgersi a un altro dottore per un’ulteriore diagnosi, il verdetto emerse e non fu dei migliori. Gestosi che, di lì a poco, si sarebbe rivelata fatale. Era una mattina d’autunno particolarmente fredda: io studiavo in camera mia, papà era al lavoro. Improvvisamente sentii gridare:
« Flora! Flora! »
Capii subito che si sentiva male. Ma non mi interessava. Anzi. Da quando avevo saputo che c’erano buone probabilità che perdesse il bambino, avevo solo sperato che questo accadesse il prima possibile. Dopo ulteriori richieste d’aiuto, mi alzai lentamente e la trovai accasciata nel bagno che vomitava nella tazza mentre il sangue le colava dalle cosce fino a terra, formando una pozza.
« Ti prego, Flora, chiama un’ambulanza » mi guardò con occhi supplichevoli ma incontrò il mio sguardo algido che la osservava immobile dalla soglia della porta.
« Chiama subito una fottuta ambulanza! » gridò con quanto fiato le restava in corpo per poi ripiegarsi completamente su se stessa come un fiore dallo stelo spezzato.
Mi avviai lentamente al telefono e composi il numero. Poco dopo arrivò l’ambulanza a sirene spiegate, i barellieri corsero al piano di sopra e trovarono Doris semisvenuta in un lago di sangue. Chiamai papà.
« Papà… »
« Dimmi, Flora, è successo qualcosa? » sentii la voce preoccupata di mio padre dall’altra parte della città.
« Hanno portato Doris all’ospedale. Ha abortito. »
Senza neanche rispondere mio padre riagganciò e si precipitò all’ospedale. Per il bambino non ci fu niente da fare. Fu già un miracolo se riuscirono a salvare Doris. E soprattutto la notizia che avevo sperato di non sentire. Poteva ancora avere figli. Qualche giorno dopo la dimisero. Non appena entrò in casa i nostri sguardi si incrociarono:
« Tu, piccola schifosa sgualdrina… sei contenta ora? »
« Cara, non parlare così. »
« No! Lasciami parlare invece! Tu non hai visto con che occhi mi guardava! Immobile, sulla soglia della porta. È un mostro! Saresti stata felice se fossi morta anch’io, non è vero? E invece sono viva e vegeta e posso ancora avere bambini! »
Io feci per andarmene ma lei mi afferrò per un braccio: era fuori di sé.
« Ma che razza di persona sei? Mi avresti lasciata morire se non fosse stato per tuo padre, non è così? NON È COSÌ? »
« Lasciami! » urlai e mi divincolai.
Mi liberai dalla sua stretta e corsi in camera mia. Piangevo di rabbia. Sì, aveva ragione. L’avrei guardata morire ma dentro di me sapevo che non era giusto. Era giunto il momento di andare via. Non potevo più restare in casa, con loro. Quella sera presi mio padre in disparte e gli comunicai la mia intenzione di andare a vivere in affitto insieme a due mie compagne di università. Lui non oppose resistenza. Sembrò essere sollevato dalla mia decisione. In fondo avevo quasi vent’anni ed era giusto che cominciassi a camminare con le mie gambe. Gli dissi che mi sarei trovata un lavoretto per pagarmi gli extra. Lui annuì. Sarei andata via la mattina successiva. Avevo già preparato le valigie. Mi alzai e mentre stavo per uscire dal salotto sentii una domanda che mi trapassò la schiena:
« Flora… perché? »
Mi bloccai. Ma neanch’io avevo una risposta che giustificasse il mio odio viscerale. In tutti quegli anni avevo lasciato che gli innumerevoli tentativi di Doris cadessero nel vuoto. Lasciai mio padre senza voltarmi.
Qualche mese più tardi mi telefonò papà per comunicarmi laconicamente che Doris era nuovamente incinta. Era un miracolo vista la sua età e il fatto che per anni vi avessero provato senza successo. Ma sembrava che il buon Dio avesse deciso, infine, di esaudire le loro preghiere. Almeno questo fu quello che mio padre mi disse. Aggiunse che, per il bene di tutti, era meglio che non mi facessi vedere. E quello, per me, fu peggio di uno schiaffo, schiaffo che mio padre mai mi aveva dato fisicamente. Studiai e lavorai sodo. Sentivo mio padre molto di rado. Per mesi non ci vedemmo. Poi, una mattina di primavera, nel periodo in cui sapevo doveva nascere il bambino, ricevetti una telefonata di papà. La sua voce tradiva una profonda emozione:
« È nato David. Lo abbiamo chiamato con il nome che avrebbe dovuto essere del piccolino… Se vuoi venire sei la benvenuta ma se pensi di comportarti come tuo solito, ti prego di non rovinare questo momento. »
Restai in silenzio e mio padre riagganciò. Non ce la facevo. Non potevo vedere il volto di quella donna sprizzare felicità da tutti i pori. Alla fine ce l’aveva fatta. Aveva vinto. Mi aveva cacciata dalla mia casa e dalla vita di mio padre. Ma una sorta di maledizione perseguitava quella donna sfortunata.
Tre anni fa, ormai laureata, vivevo in una città non troppo lontana da casa, lavorando come impiegata in una ditta di import-export. Una mattina mi giunse una chiamata di mio padre in ufficio.
« Flora, hanno investito David! »
Sentii le viscere contorcersi come serpenti.
« È grave » soggiunse piano papà. « Siamo all’ospedale. »
« Arrivo. »
Spiegai in fretta al capo ciò che era successo. L’unica cosa che mi disse fu “Cosa ci fai ancora qui?” e io inforcai la macchina partendo a gran velocità. David aveva quasi tredici anni.
Qualche anno prima, avevo deciso che era stupido continuare una sterile battaglia che non faceva bene a nessuno, soprattutto a papà. Era giunto il momento di lasciarsi alle spalle i vecchi odi e rancori anche perché, in realtà, l’unica vera responsabile di tutto quel mio dolore non era affatto Doris. Certamente, non si poteva cancellare il passato con un colpo di spugna ma almeno deporre le armi, questo sì. Presi il coraggio a due mani, misi sotto i piedi il mio dannato orgoglio e telefonai a papà chiedendo di poter essere presente al settimo compleanno di David. Quando arrivai a casa, il giardino era invaso da un’orda di bambini urlanti che correvano e mangiavano. Papà mi venne incontro con fare sostenuto poi mi accompagnò a un tavolo, allestito per l’occasione, ricoperto di bibite, dolci e panini di ogni tipo. Vidi Doris con accanto un bambino che mi fissava: il suo visetto paffuto mi aveva scrutato incuriosito poi, con fare da ometto, una volta arrivata al tavolo, mi aveva teso la mano e mi aveva detto:
« Piacere, io sono David. »
Una frangetta bionda e sbarazzina, una spruzzata di lentiggini che, avrei scoperto più tardi, detestava, e grandi occhi nocciola.
« E io Flora » gli avevo risposto sorridendo.
« Lo so. Mamma dice che ce l’hai con lei e che sei una persona odiosa. »
Il sorriso mi si ghiacciò sul volto.
« David! » esclamò Doris.
« Scusa mamma, ma il fatto è che me l’avevi dipinta come un mostro ma non mi sembra affatto una cattiva ragazza e poi… è anche molto carina » e mi fece l’occhiolino.
« Beh, è passato tanto tempo. Ero una ragazzina poco più grande di te adesso e non sopportavo l’idea che un’altra donna avesse preso il posto della mamma » queste parole mi uscirono inaspettatamente dalla bocca e vidi che mio padre e Doris mi guardarono con occhi colmi di stupore. « Anche se ci aveva lasciato » aggiunsi piano.
Lui mi guardò con quegli occhi da adulto:
« Vieni, ti faccio vedere la mia stanza! » e, prendendomi per mano, mi trascinò in quella che un tempo era stata la stanza degli ospiti. Entrando però, vidi che avevano buttato giù la parete che la divideva dalla mia stanza. La camera di David era quindi molto grande e spaziosa. Non potevo dare torto a Doris se aveva cercato di cancellare la mia presenza.
Dalla prima volta che ci vedemmo, provai un profondo affetto per quel bambino dagli occhi vivaci e intelligenti.
La cosa ironica era che io e David ci somigliavamo moltissimo perché entrambi simili a papà. I capelli, gli occhi e anche le lentiggini. Chissà come l’aveva presa Doris. Insomma, avevo davanti agli occhi mio fratello. Un bambino che per anni non avevo voluto conoscere. La cosa poi mi era sfuggita di mano e quando per la prima volta mi ero resa conto che, non solo non mi aveva fatto niente, come Doris del resto, ma che ero anche curiosa di vedere come fosse, non avevo saputo più come fare per creare un’occasione. Avevo fatto di tutto per recidere i legami con quella che non avevo voluto avere come famiglia. Ma tra me e David fu amore a prima vista. Un paio di volte al mese avevo il permesso di portarlo fuori. Doris non era affatto contenta ma David aveva insistito fino alle lacrime e fu costretta a cedere. Fu sempre lui ad insistere che fossi presente anche a Natale. Papà mi telefonò per invitare me e Max.
« Tanti auguri papà! »
« Tanti auguri anche a te e a Max. Come sta? »
« Bene. Senti papà… mi chiedevo se potevo fare un salto da voi… ho preso un pensierino per David e anche a te e Doris… » risi nervosa.
« Ti ho chiamato proprio per questo. Per invitarvi al pranzo di Natale… Hai comprato un regalo a David? »
« Sì, è una sciocchezza… »
« E anche a Doris? »
« Beh, vedi forse… »
« Non credi sia un po’ troppo tardi? »
Silenzio.
« Bene… allora vi aspettiamo. David è impaziente di vederti. »
« Anch’io non vedo l’ora di abbracciare quel furfantello. »
Sentii una vocina che diceva e dai, passamela papà…
« Ehm, c’è giusto qualcuno qui che vuole salutarti. »
« Ciao Flo!! »
« Ciao piccola teppa! »
« Allora vieni, vero? »
« Certo che vengo! »
« E giochiamo tutta la sera? »
« È una promessa. »
« Ok. Ti passo papà. »
« Senti, posso portare il dolce? Così Doris non passa tutto il giorno in cucina… »
« Buona idea. Allora ci vediamo martedì. »
« Ciao papà. »
Chiusi la chiamata senza attendere risposta.
Doris si mostrò molto educata ma fredda e distante e fece in modo di non trovarsi mai sola con me. Aveva sicuramente accettato il mio ritorno per amore di David ma questo per lei non era altro che l’ennesimo tiro mancino da parte della vita. Dal canto mio, mi rammaricavo molto per aver perso i primi sette anni di vita del mio fratellino. Promisi a me stessa che non mi sarei persa quelli a venire.
Tutto questo ricordavo mentre guidavo come una pazza verso l’ospedale. Quante volte avevo ripensato a quel giorno di tanti anni prima quando, con gelido distacco avevo guardato Doris china sul pavimento che mi supplicava di chiamare l’ambulanza. Quante volte avevo sognato quella pozza di sangue. Avevo sempre pensato che, in qualche modo misterioso, io sola ero la responsabile della morte del bambino. I ricordi correvano veloci nella mente come il paesaggio che sfrecciava attorno a me. Nessuno sapeva che, pochi mesi prima di partecipare al compleanno di David, ero andata a casa della mamma. Mia madre non aveva più attraversato il vialetto di casa: fui io ad attraversare il suo. Era da molto che intendevo farlo ma avevo il terrore che le mie peggiori paure si concretizzassero. Poi mi ero detta che non potevo avere paura in eterno della verità e che, qualunque essa fosse, non potevo più scappare. Dovevo affrontarla. Presi un paio di giorni di ferie e partii. Nemmeno Max sapeva realmente dove mi trovavo. Suonai il campanello una mattina di fine estate. Mi aprì un bel ragazzo alto.
« Desidera? »
« È in casa la signora Fair? »
« Lei chi è? »
« Flora. »
Il ragazzo restò interdetto e si scurì in volto. Mi osservò attentamente: cercava qualcosa.
« Un attimo. »
Sparì in casa dopo aver chiuso la porta che riaprì poco dopo. Con fare imbarazzato mi disse che era uscita e fece per chiudere nuovamente la porta ma mi lanciai contro di lui e cominciai a urlare:
« Mamma! Vieni fuori! Lo so che ci sei! »
Il ragazzo mi prese per le spalle e mi disse di uscire. Urlai che non me ne sarei andata finché mia madre non avesse parlato con me altrimenti avrei continuato a urlare per tutto il quartiere. Il ragazzo andò al telefono dicendo che avrebbe chiamato la polizia ma una voce gli disse di fermarsi e una donna uscì da una stanza attigua al salotto. In silenzio ci fissammo. Lei si portò la mano alla bocca presa dall’emozione e io credetti fosse felice di vedermi. Mi avvicinai per abbracciarla e per ricevere quell’abbraccio che avevo sognato per anni. Ma lei usò quelle braccia, allungandole, per mantenere le distanze:
« Cosa vuoi? Cosa sei venuta a fare? »
« Mamma… sono io, Flora. »
« Ho capito bene chi sei. Cosa vuoi? »
Restai impietrita. Mia madre non voleva saperne di me. Quella verità che con rabbia avevo tenuto nascosta per tutta la vita, alla quale mi ero rifiutata di arrendermi, quella verità cui non potevo credere, a cui avevo testardamente risposto con la folle speranza di una spiegazione che non riuscivo a trovare ma che mia madre sicuramente mi avrebbe fornito un giorno, semplicemente, era in piedi davanti a me. Non esisteva nessuna spiegazione. Mia madre mi aveva buttato via. E basta. Mio padre non era stato abbastanza per lei. Io non ero stata abbastanza per lei. Le lacrime scendevano nonostante io opponessi loro una strenua resistenza: lacrime d’ira, lacrime di disperazione, lacrime d’impotenza, lacrime di incredulità, lacrime di sconfitta. Avevo sperato di piangere altre lacrime ma queste erano tutto ciò che mi veniva concesso.
« Perché? » riuscii a sibilare tra i singhiozzi.
« Perché con tuo padre era finita. »
« Ma io non sono mio padre. »
« Non pretendo che tu capisca. »
« Che cosa dovrei capire? Come hai potuto sparire così? Come hai potuto abbandonarmi? »
« Occorreva un taglio netto. Niente strascichi. Era la soluzione migliore per tutti. »
« La soluzione migliore per tutti? Tutti chi? Per te! Ma tu sei la mia vera madre? » quella domanda uscì come le lacrime che non riuscivo a trattenere.
« Che domanda… certo che sono la tua vera madre. Ti ho partorito io. »
« E allora? Come hai potuto da un giorno all’altro dimenticarmi? »
« Sono passati vent’anni. »
« Ma non per me! Per me è come se fosse accaduto ieri! »
« Non c’è niente per te qui. Ti prego di andartene e di non tornare mai più. »
Il suo sguardo freddo come la lama di un coltello mi trapassò e d’un tratto mi vidi con gli occhi di Doris. Come se osservassi la mia immagine in uno specchio, capii che ero diventata come mia madre. Provai vergogna. Abbassai lo sguardo, aprii la porta e uscii. Il rumore alle mie spalle mi fece pensare al coperchio di una bara che si chiude. In qualche modo tutti i tasselli del mosaico andarono finalmente al loro posto causandomi un dolore che poteva paragonarsi a una morte. Morte che aveva lasciato il posto a una rinascita. Ero finalmente libera.
Arrivai all’ospedale. Scesi dall’auto e, correndo, raggiunsi il reparto di terapia intensiva. Trovai Doris in lacrime abbracciata a mio padre.
« Allora? »
« Stava tornando da scuola… sembra che una donna abbia attraversato col rosso e l’uomo alla guida, per evitarla, è finito sul marciapiede centrando in pieno David. »
« Se la caverà? »
« Hanno detto che se supera le prossime settantadue ore è fuori pericolo. »
Doris continuava a piangere. Mi avvicinai timidamente ma lei si ritrasse. Il suo sguardo sospettoso mi scrutava con un che di rabbioso.
« Se muore è colpa tua. Solo colpa tua. Tu vuoi che muoia come hai voluto che morisse il piccolo David. »
« Amore, ti prego non fare così » le disse piano papà che la teneva stretta mentre lei continuava a guardarmi con aria minacciosa.
« Ma ti avverto: se stavolta succede qualcosa al mio bambino la pagherai cara. »
« Doris, spero con tutto il cuore che David ce la faccia perché gli voglio bene. »
« Bugiarda! » urlò poi, terminando con uno strozzato: « Tu non vuoi bene a nessuno. »
« Ti sbagli. Ti chiedo perdono per il male che ti ho fatto. Io… »
« Vattene! Non ti voglio qui. Vai via! »
Guardai mio padre che mi fece un cenno di assenso con il capo. Mi allontanai. Cercai un luogo appartato: mi sentivo le gambe di pastafrolla. Trovai una deserta saletta d’attesa e lì, in un angolo in ombra, piansi tutte le lacrime che erano rimaste compresse troppo a lungo. Chiamai Max e lo pregai di raggiungermi non appena avesse potuto. Purtroppo David non ce la fece. Era entrato subito in coma. Aveva perso conoscenza senza probabilmente neanche rendersi conto di cosa stava per succedergli. Non aveva visto arrivare quella macchina troppo veloce. Chissà, forse se l’avesse vista, avrebbe potuto evitarla ma camminava con gli auricolari. Doris non si riprese mai dalla sua morte e nemmeno papà. L’anno successivo io e Max ci sposammo. Avevo trentaquattro anni, un anno meno di Doris quando aveva conosciuto papà. Io e Max eravamo riusciti a trasferirci vicino alla mia vecchia casa. Dopo la morte di David, Doris passava le sue giornate ricamando, lo sguardo perso. Ogni tanto piangeva. Andavo molto spesso a trovarla. Avevo capito troppo tardi che sarebbe potuta essere la mia vera mamma. Lei sembrava non gradire la mia presenza ma mi sopportava per amore di mio padre. Mi aveva sempre sopportato per amore di qualcun altro. Le avevo impedito di amarmi.
Un giorno della scorsa estate eravamo sedute in veranda. Si girò improvvisamente e fissandomi mi chiese:
« Perché non sei morta tu? »
Io le presi le mani e le tenni strette tra le mie. Ma lei, tornò a guardare lontano.
« Doris, ti voglio bene. Ho bisogno di te. »
Mi guardò negli occhi e, piangendo, ritrasse le mani.
« Mi spiace ma non ci riesco… »
Doris cercava di reagire per papà ma era come se fosse stata avvelenata. La sua resistenza ritardò soltanto l’esito finale della malattia che la consumò giorno dopo giorno. Doris, mia madre, è morta quasi due mesi fa. Prima di andarsene mi ha concesso il suo perdono. Non vedrà nascere la mia piccola Doris tra poco più di un mese. Quando le parlerò della sua nonna le racconterò che donna straordinaria fosse, quanto amore aveva dentro e quanta pazienza ebbe nel sopportare una ragazzina molto ferita.