8 Marzo 2020

La festa del santo patrono

di Giuliana Damiani

Lo sguardo di Tanina era fiero: come quello di una puledra scalpitante. Di corse gliene avevo viste fare tante per le campagne, confusa tra l’oro delle spighe, o sulla terra bagnata: con i piedi nudi, come bacchette su un tamburo, a danzare chissà quale arcana coreografia. Ogni volta l’avrei supplicata di prendermi per mano per guidarmi in quello strano rito apotropaico che solo lei, sacerdotessa antica, riusciva a celebrare. Di ballare, però, non mi è riuscito mai e sono troppo intimorito per mettermi d’impegno a imparare. Mi accontentavo di guardarla, dalla finestra della mia camera, rientrare a casa dopo una giornata di lavoro nei campi: ancora energica e piena di vita, cantava a squarciagola parole sconnesse, ma suadenti. Mi divertiva osservarle i piedi scalzi, anneriti per il tanto correre, mentre varcava la porta di casa sua: proprio di fronte alla mia. L’ammirazione che provavo per quella strana e vitale creatura si mischiava spesso alla frustrazione che nasceva nel confrontare quel suo corpo gaio, mai fiaccato dalla fatica, al mio, inabile al lavoro: la poliomielite mi aveva rinsecchito un braccio e di manuale non mi riusciva di far niente. Per fortuna il cervello mi aveva sostenuto e, con grande orgoglio dei miei, mi era riuscito meglio di curvarmi sui libri più che sulla terra. Passavo così i miei giorni: tra la mia camera e le riunioni al partito, durante le quali mi sforzavo di stimolare la mia scarsa propensione alla parola. Mio padre e mia madre mal tolleravano quella strana malattia della politica che mi aveva preso, secondo la loro teoria, da quando mi ero messo a leggere “certi libri”: per loro, veicolo di trasmissione per quell’insano morbo.
Vivevo lì, in quella camera, in quella casa, in quel paese schiacciato tra specchi di sale, terra prosperosa e una striscia di mare, come un ospite indesiderato: sempre e costantemente nell’imminenza di una partenza che, in realtà, non sarebbe mai venuta. Gli studi universitari mi avevano portato a scoprire la città: quel posto in cui ti senti meno diverso dagli altri, ma forse ugualmente solo; solo insieme agli altri. Eppure alla fine della giornata, come un carcerato in stato di semi-libertà, sempre qui mi era toccato di tornare: nel mio paese, culla e prigione, a farneticare di diritti e soprusi con i compagni di partito. Solo Tanina, di ritorno dai campi, mi avrebbe costretto col suo canto armonioso ad affacciarmi alla finestra e prendere un po’ d’aria. Solo questo pensiero mi confortava durante il viaggio di ritorno in treno verso casa: allora mi trovavo a fissare le immagini fuggevoli della città che si proiettavano sul finestrino accanto a me, salutandomi; ad esse pian piano si sovrapponevano tristemente i fotogrammi sbiaditi del mio paese. Ne riconoscevo subito le fattezze e nonostante tutto, immergendo lo sguardo in quell’esercito di ulivi contorti, sentivo di far ritorno nel grembo di mia madre. Sarei tornato a casa e lì avrei aspettato di udire, pronto a cedere al suo incantesimo, il canto da sirena di Tanina. Quante volte ero stato sul punto di dirle che avrei bruciato tutti i miei libri per lei; mandato all’inferno il partito, se solo si fosse innamorata di me! L’avrei portata in città a guardare le luci che non si spengono mai, le auto che corrono veloci. Le avrei messo delle scarpe scarlatte ai piedi e accompagnata in un bar a sorseggiare un drink. L’avrei portata, forse, anche a ballare in qualche posto: proprio io che non so mettere un piede davanti all’altro…Immancabilmente, però, il sogno si interrompeva: ritornavo nella mia stanza dopo aver volteggiato con lei in quel pezzo di cielo appena sopra casa mia. E mi ritrovavo così, con le pagine ruvide di un libro che crepitavano sotto i miei polpastrelli: solo allora mi accorgevo che la giornata stava per volgere al termine, il sole era prossimo al tramonto e mia madre mi avrebbe chiamato di lì a poco, puntuale come ogni giorno, per la cena. Domani si sarebbe ripetuto tutto: il sole sarebbe sorto, Tanina si sarebbe destata di buon mattino e i suoi piedi avrebbero calpestato tutta la campagna per risvegliarne i frutti. E io sarei rimasto lì ad aspettare il suo ritorno, fingendo di studiare.

Quella sera, però, Tanina sembrava non volerne proprio sapere di tornare. Mia madre gracchiava dal piano inferiore di scendere: era pronto da mangiare. Io, però, tentennai: affacciato pericolosamente alla mia finestra, come il mozzo di vedetta sul mare, scrutavo l’orizzonte sperando di vedere Tanina tornare. All’ennesimo richiamo, decisi di scendere: mi arresi, mio malgrado, al rito consueto del pasto serale. Li intuivo, mio padre e mia madre, con i volti rigati da infide tele di ragno, guardarsi l’un l’altro, mentre cercavano di indovinare il motivo del mio sbruffare. Avevo lo sguardo fisso nel piatto, sospirando a tratti intervallati dai movimenti sconnessi della forchetta con cui frugavo nel cibo: come se lì ci potessi trovare la mia Tanina. Per rompere quel silenzio prolungato presero, allora, a parlare dell’evento del giorno successivo: la processione del Santo Patrono. Era palpabile quanto l’evento in questione fosse atteso, in quella stanza – e, forse, nell’intero paese – da tutti tranne che da me: era, però, la novità che rompeva quella insana, asfissiante monotonia e questo bastava a renderla degna di una discussione a tavola. Domani tutti avrebbero indossato il vestito buono e camminato fino a tardi per le strade. Le ragazze da marito, belle e brutte che fossero, si sarebbero agghindate secondo le loro possibilità e avrebbero riso più forte per attirare l’attenzione dei pochi uomini non sposati. Mi sarei prestato anche io, mio malgrado, allo strano rituale, salutando con imbarazzo i miei compagni di partito che, ammanettati alle loro mogli e al seguito della processione, avrebbero puntualmente fatto finta di non vedermi. Ma io non volevo pensare a tutto questo: mi interessava solo sapere di lei.

Tanina tornò a casa un’ora più tardi rispetto al solito quella sera. Affacciato nuovamente alla mia finestra della mia camera la scorsi in lontananza, sul fondo della strada, quando ormai si stava facendo buio. Il cielo grondava inchiostro e lei ciondolava – poveretta! – come un’anima dannata da un bordo all’altro del marciapiede. E non cantava. La vidi avvicinarsi sempre più: la treccia nera, che teneva sempre arrotolata in una crocchia, era sciolta miseramente, simile a un serpente strisciante, lungo la schiena. Si muoveva, la sventurata, come un fantasma. Si teneva il ventre con le mani e, stando in piedi sulle gambe magre e tremanti, riuscì a stento a mettere un piede davanti all’altro e a raggiungere finalmente la porta di casa. L’accolse la vecchia madre che si mise le mani nei capelli, infarinati dalla vecchiaia: la risucchiò dentro casa, accogliendola fra le braccia disperate. Per un po’ ci fu silenzio. Poi pianti, singhiozzi e urla soffocate. Poi di nuovo silenzio. Dalla mia camera male illuminata fingevo, ingannando me stesso, di girare le pagine del mio libro nell’illusione che quel flebile fruscio potesse convincere la mia coscienza che stessi effettivamente studiando. In realtà, i miei occhi erano sempre fuori della finestra a cercare di scoprire cosa stesse avvenendo all’interno di quella casa.
Ci volle tempo, ma alla fine Tanina, quando ormai tutti tranne me e lei dormivano, mi apparve: era pallida come la luna in cielo. Dischiuse, come una ferita, la finestra della sua camera e io riuscii a indovinare la linea morbida del suo profilo: la luce della lampada all’interno ne sfumava i contorni, rendendoli indefiniti. Statica, diritta: la tristezza che ora l’ammantava non ne aveva minato, però, l’atteggiamento fiero. Fissava la strada livida, deserta, accarezzandosi con lunghi gesti nervosi i capelli. Pareva la “Dama con l’ermellino” di Leonardo, ma, al posto dell’elegante bestiola, lungo il corpo le correva la treccia ormai disfatta; sembrava quasi strangolarla. Poi fu inghiottita nuovamente dal buio della stanza e io decisi di spegnere la luce e andare a dormire. Quella notte non chiusi occhio: pensai al sorriso di Tanina domandandomi dove potesse essere scomparso.

La mattina dopo mi svegliai con lo stesso interrogativo in mente, ma ancora senza una risposta. La festa del Santo Patrono mi offriva la scusa per interrompere, almeno per quel giorno, la recita sterile del mio infaticabile studio. Decisi, così, di abbandonare quel falso esilio: scesi in strada, tra la gente, sperando di capire. Il paese, è noto, sa sempre tutto di tutti: lasciai mia madre in cucina a pelar patate e mi fiondai in strada alla ricerca di Tanina. La sua casa era sigillata come un sarcofago. Le donne passavano e ripassavano davanti all’abitazione scuotendo la testa in segno di disapprovazione, mentre dei bambini dalle ginocchia sbucciate si rincorrevano lungo il marciapiede continuando a urlare. Pensai di raggiungere mio padre in bottega, qualche portone più in là, alla fine della via. Lo trovai chino su un nuovo mobile da assemblare: presto sarebbe andato a finire in qualche casa di giovani sposi, destinato a durare più del loro matrimonio. Era un falegname, mio padre: mi sorrise, corrugando la sua faccia di cuoio. Sembrava fosse felice per quella insperata visita, ma poi si trattenne dal proferir parola, quando mi vide girare su me stesso e rimanere sulla soglia della bottega, rivolto verso la strada, in silenzio. Dal rumore dietro le mie spalle capii che aveva ripreso a lavorare. L’uno di schiena all’altro, senza guardarsi troppo negli occhi: vicini eppur distanti; quella strana disposizione ben sintetizzava il nostro legame.

« Non è più cosa per te quella! Lasciala stare. »
Mi voltai di scatto e accanto a me vidi Antonio: contadino dalle mani massicce, era lì già da un po’ e mi aveva visto fissare la casa di Tanina come un cane da guardia. Aveva le mani grosse Antonio e la faccia arsa dal sole: frequentava le nostre riunioni di tanto in tanto, e quando ci perdevamo troppo nei nostri astratti sofismi, sovente interveniva con la sua tempra e concretezza da lavoratore della terra per riportarci nei ranghi dei nostri sconclusionati ragionamenti.
« Ma che dici? » gli risposi io, piccato. Facevo così ogni volta che qualcuno aveva la presunzione di sapere – spesso a ragione – cosa mi stesse passando per la testa.
« Adesso più di prima… » continuò Antonio, chinando il capo.
Lo guardai fingendo di non capire: non volevo ammettere, anche a me stesso, di avere quel sospetto che nella mia mente era balenato tragicamente già dalla sera prima. Antonio estrasse con le sue mani imponenti il fazzoletto liso dalla tasca e se lo passò come uno straccio sulla fronte sudata. Come per scacciare via quella amara verità.
« Non è più lei… non lo vedi? » e indicò Tanina che nel frattempo era comparsa sulla soglia di casa con, accanto, la madre claudicante. Aveva lo sguardo fisso nel vuoto Tanina: come una statua di dolore; gli occhi, un tempo vivi, si erano scoloriti. Dalla sua casa ne uscì Don Vincenzo e la mamma di Tanina, barcollando, gli si avvinghiò al braccio per baciargli la mano con foga. Don Vincenzo, il parroco, con un gesto di mal celata insofferenza le suggerì di smetterla. Avvicinò la mano alla fronte di Tanina, che sulle prime si ritrasse con l’istinto di una bestia ferita, e la segnò con la croce. Poi se ne andò via a capo chino tra la gente che continuava a mostrare disapprovazione. Don Vincenzo era un uomo di Dio, ma non eravamo poi così diversi: nato in un posto che non era questo, era molto più vicino agli ultimi – a quelli che lui, diversamente da me, chiamava “anime” – di quanto non lo fossero molti dei miei presunti compagni. Tanina sparì nuovamente nel fondo della sua casa e io ebbi un tuffo al cuore.
« Chi è stato? » chiesi ad Antonio, fulminandolo con lo sguardo. Come una falce funesta sul suo viso si disegnò un amaro sorriso.
« Me lo chiedi? » disse. E aggiunse: « Non è la prima e lo sai. Non è la prima donna a cui succede. Subiscono pur di non perdere di che campare. Doveva accadere prima o poi che quella bestia le mettesse gli occhi addosso! Capirai: senza padre, né fratello, né marito. E con una madre che ha bisogno di lei per campare… è ancora più facile! »
Il mio volto tradì evidentemente dello sdegno perché Antonio mi guardò quasi con scherno per la mia ingenuità.
« Domani sarà di nuovo fra i campi Tanina: come ogni giorno. E sarà sua madre la prima a farcela andare » continuò Antonio. « Ti stupisci? Noi non abbiamo nessun libro e nessuna politica che ci diano da campare. Che ne dicono di queste cose i tuoi amici, mentre stanno lì a filosofeggiare? »
E detto questo mi diede le spalle e se ne andò via sparendo poco dopo in fondo della strada.
Mi lasciò lì, in bilico sul bordo del marciapiede, con quella domanda colpevole che mi rimbalzava nella testa. Il padre di Tanina era morto in guerra e non c’era proprio nessuno a proteggerla dalle voglie del suo padrone: forte e libera com’era, forse, non aveva nemmeno pensato che qualcuno potesse farle del male.
La vidi ancora, confusamente, dietro il vetro della sua finestra: sembrava fissarmi Tanina, ma, in realtà, guardava il nulla. Mi piaceva pensare, però, che guardasse proprio me; che quello sguardo morto, color cenere, covasse ancora il suo antico splendore. Poi sparì.
Pensai che fosse bella Tanina: anche adesso che il viso le si era spento e gli occhi vagavano, orfani, lungo la strada. Era bella di una bellezza triste e disperata, come una Madonna sfregiata. Immaginai per un attimo le mani di quell’energumeno sul suo corpo gaio e d’improvviso sentii la testa ribollirmi. Fu come se un’idea matta mi si conficcasse nel cervello, trapanandolo, e strinsi forte i pugni e gli occhi per cacciarla via da me assieme all’immagine che l’aveva scatenata. Salutai mio padre che doveva aver ascoltato la conversazione giacché ora mi guardava con pietà. Doveva sapere di quella mia celata passione, evidentemente non così nascosta, per Tanina, e lo stesso valeva per mia madre perché, rincasando, mi accolse con la stessa espressione. La voce era giunta anche a lei, ma la sua non era commiserazione, come per mio padre: sembrava quasi che se lo fosse sempre aspettato un evento del genere, che lo avesse considerato come inevitabile per una tipa “selvaggia” – diceva lei – come Tanina. Prima o poi sarebbe inciampata in qualcosa di grosso e questo sarebbe servito a togliermela definitivamente dalla mente. Finalmente sarei tornato ai miei doveri di studente. Non disse nulla, se non rammentarmi che il gran giorno era arrivato e che dopo qualche ora fra le strade anguste del nostro glorioso paesino si sarebbe insinuata la processione luminosa del Santo Patrono.

Le ore trascorsero veloci. Una dolce brezza giunse a mitigare il tormento dell’afa estiva, mentre il sole volgeva ormai al tramonto. Come ogni anno di questi tempi, pressato tra la folla, ero con i miei genitori dinanzi alla Chiesa – un po’ in disparte – ad aspettare che le porte si aprissero e che quella fiumana di gente devota si disponesse ordinatamente lungo il corso principale per dar luogo alla consueta sacra rappresentazione. Il momento arrivò preannunciato qualche attimo prima dello scoppio violento dei fuochi artificiali che crepitarono in un cielo ancora chiaro. Il mio torace fece da cassa di risonanza a quel tuonare molesto, creandomi un malessere generale; quasi uno stordimento che mi fece barcollare. Quando finalmente aprii gli occhi, vidi tutta la gente attorno a me con la bocca aperta a fissare il cielo attraversato da quelle deboli pennellate di colore: sempre uguali, sempre le stesse. Tutti guardavano per aria, ingannati come bambini da un semplice stupore, e nel mentre pareva che il tempo si fosse fermato: come per incanto. Gli uomini della banda comunale non testavano più i loro strumenti, ma furono rapiti in un silenzio irreale; i venditori ambulanti delle bancarelle smisero di urlare. Fu in quel tempo sospeso che la vidi arrivare, Tanina, che si muoveva con noncuranza tra la folla: avanzò fiera e dritta sulla sua schiena, guardando solo dinanzi a sé. Come liberata dall’incanto, la gente che man mano Tanina si lasciava alle spalle sembrò perdere l’innocenza fanciullesca di pochi attimi prima ed in breve si riappropriò della facoltà di giudicare: commentava quella inaspettata apparizione, facendo il vuoto attorno a lei. Ma a Tanina questo sembrava non importare, anzi: quello spazio improvviso le facilitò solo l’avanzata verso il bordo del marciapiede. Da lì avrebbe seguito meglio il passaggio del quadro del Santo venuto dal mare. Era proprio di fronte a me, come sempre, con una strada a dividerci. Aveva tutti gli occhi su di sé e sembrò proprio che li sentisse conficcarsi addosso come dardi nella carne. Poco dopo la raggiunse sua madre, dondolando sui piedi malandati: la tirò più volte per il braccio, pregandola di rincasare, ma lei restò lì, ferma, avvolta nel suo abito della festa a pois blu; più bella di tutte le ragazze da marito, brutte e belle e agghindate con cura per l’occasione e che mi guardavano senza essere contraccambiate. Quella ragazza, seppur violata, era fiera e bella più di tutte loro. Il vestito le aderiva, leggero, sul corpo, ma la compostezza silenziosa di Tanina gli conferiva l’aspetto di un’armatura medioevale. Sembrava pronta alla sfida Tanina: col suo sguardo impavido da generale. Sperai che mi vedesse, una testa tra le tante, perso nella folla dinanzi a lei. Avrei voluto dirle che – pazzo! – nella tasca della giacca dell’abito nuovo, messo per accontentare mia madre, tenevo – regalo di mio padre – un vecchio coltello a scatto che poco prima avevo ripulito dalla polvere: avevo finalmente trovato l’occasione giusta per poterlo usare. Non sapevo cosa ne avrei fatto esattamente, ma quell’arma, forse inutile, mi fece sentire più forte: avrei fatto quello che l’educazione non mi avrebbe mai detto di fare. Avrei vendicato il corpo deturpato della donna che avevo sempre desiderato sposare e lei mi avrebbe finalmente amato. Erano queste le farneticazioni che la mia mente alterata andava partorendo. Sapeva, però, la mia mente che, in realtà, non avrei mai osato fare niente di male. Tanto più che non ne avrei avuto il coraggio.
Solo l’apparizione del quadro che improvvisamente fece la sua uscita dal portone principale, mentre tutti i fedeli defluivano dai portoni laterali delle navate centrali, riuscì a riportare lo sguardo della folla, e il mio, su un soggetto che non fosse Tanina. Tutti sembrarono dimenticarsi di quella scandalosa presenza allorché videro pararsi dinanzi a sé il quadro del Santo sofferente, subito accolto dal trionfante accompagnamento musicale della banda. Si fecero tutti seri, chinando il capo e segnandosi con il segno di croce. Tanina no. Guardava verso le persone che, appena uscite dalla chiesa, si erano accalcate per costituire il corteo della processione: per consuetudine o per rispettare un voto fatto in cambio di qualche concessione. Fu allora che lo vidi: “il padrone”. Il padrone di Tanina e di molte delle nostre terre si era appena messo al suo posto, qualche fila dopo la sacra icona come sempre, per rispettare quel rituale d’immagine a cui ogni anno si prestava. Era ripugnante nel suo completo di lino chiaro, un po’ sdrucito. Il petto villoso si lasciava intravedere dalla camicia lasciata sbottonata per il troppo caldo. Al collo brillava una grossolana croce d’oro. Al braccio, come un peso, portava la moglie che nel lusso del suo abbigliamento riceveva la giusta ricompensa per la tolleranza dimostrata verso le tante infedeltà subite: una spilla a forma di fiore le abbelliva il vestito scuro, illuminandole il viso non più giovane e segnato dalle labbra sottili dipinte di rosso. La signora sorrideva, compiacendosi del suo ruolo e della sua spilla. Si guardava a destra e a manca per accertarsi che gli occhi della gente fossero, una volta passato il quadro, anche su di lei. Certamente sapeva, data l’insana condotta del marito, che c’erano in giro, chissà dove, tre o quattro figli illegittimi; dal coniuge probabilmente avevano ereditato il gene tarlante della bestialità, ma non sembrava poi importarle molto. La sua spilla brillava forse più della cornice del quadro e questo le bastava. Smise di sorridere, quando i suoi occhi incrociarono lo sguardo fiero di Tanina che li sfidava. Sembrò quasi che il rossetto si fosse sbavato sul viso come in una smorfia. Si voltò di scatto verso il marito che, imperterrito, continuava a prestare la sua voce afona al canto del corteo per il Santo. Non aveva visto Tanina, preso com’era dal suo ruolo di penitente; forse, fece finta di non vederla. La coppia oltrepassò Tanina, mentre il resto della folla continuava ad ammirare l’elegante tenuta della signora. Tanina sembrò per un attimo trasalire, stremata per aver retto a quello sguardo per un tempo per lei interminabile. Pareva volesse muoversi, ma non riuscì a fare un passo in avanti o indietro. Fui sul punto di avventarmi su quel mostro, quando vidi Tanina venir meno per un attimo: l’avrei sgozzato in lampo quell’animale. Proprio io: col mio braccio inutile e la paura di fare ogni cosa. Il quadro mi passò davanti, guardandomi con mestizia: non mi aveva mai detto niente quella povera crosta, ma in quel momento il cuore mi si allargò tutto d’un tratto, quasi portandomi alla commozione. Guardai la scena che si parava dinanzi a me come se tutti fossero stati i pupi di un teatro che non faceva ridere: misere marionette senza identità.
Lasciai che il coltello mi rimanesse in tasca.
“Se esisti, allora perché lasci che accada tutto questo…?” mi trovai a pensare, guardando il volto del Santo martoriato, con l’ingenuità di un bambino a cui non hanno ancora raccontato la favola del libero arbitrio. Pensai alla gente che disdegnava Tanina e il suo volto da Madonna e ammirava, invece, l’ipocrisia di quella ignobile coppia. Il quadro, come temevo, non mi rispose. L’interlocutore muto mi diede le spalle, trascinato lungo il corso principale dalla folla che avanzava, incessantemente, trascinandosi via anche quei miei stolti e infantili ragionamenti. Le anime pie pregavano ancora: evidentemente quello non era il giorno adatto per le risposte. Rimasi lì fermo, pietrificato, col cuore che mi batteva a mille e il coltello di mio padre in tasca. Pulsava ancora. Sarebbe voluto entrare in azione, ma era finito nella tasca dell’uomo sbagliato: troppo pavido per trovare nelle armi la ragione delle cose. E poi Tanina col suo giovane coraggio ancora una volta mi aveva stravolto. Io, come al solito, ero rimasto in disparte a guardare, esercitando la mia fantasia in sconclusionati ed irrealizzabili propositi. Non aveva avuto bisogno di far parlare il sangue, lei. Si era offerta senza vergogna – proprio lei che non si doveva vergognare – agli sguardi altrui, alla vista di quell’animale che – sì, lui sì – l’aveva ferita più di qualsiasi coltello. Gradatamente la folla cominciò a diluirsi per il corso, a farsi catturare dalle bancarelle e dalle luci delle giostre in lontananza. Io fui trascinato da quell’orda di gente e dalla stretta di mia madre che mi cingeva il braccio, mentre Tanina rimase sola davanti all’ingresso della chiesa. La vidi, ritta sui gradini antistanti il portone principale, allontanarsi sempre più dai miei occhi fino a diventare solo un’ombra sfocata. L’indomani mattina, alle prime luci dell’alba, sarebbe andata via su di un treno diretto chissà dove e io non l’avrei vista mai più. Ma in quel momento – beata incoscienza! – ancora non lo sapevo: non sapevo che quella sarebbe stata l’ultima immagine che avrei avuto di lei. Quel giorno Tanina venne sacrificata sull’altare dell’indifferenza e il quadro passò oltre senza potermi parlare. Continuai a vagare, pressato nella calca, senza una meta, sorridendo, distratto, alle belle ragazze da marito. Tutto intorno il paese pullulava di vita come in un rito pagano: la festa del Santo Patrono era appena cominciata.