8 Marzo 2020

Un albero pieno di vita

di Michele Casarubea

Risuonavano i primi rintocchi dell’Ave Maria e vidi gli armigeri tra le ombre del grande arco della Cattedrale. Si avvicinavano a passi veloci. La Porta Maggiore stava per essere chiusa, iniziai una corsa folle contro la maledetta puntualità del sacrestano. Anche gli uomini del re iniziarono a correre, impacciati dalle armi. Un tuffo, non mi restava che fare un tuffo, era l’unica speranza. La porta venne chiusa quasi sui miei talloni. Ero passato. Altro non mi interessava. Disteso bocconi sui freddi mosaici del pavimento, immobile sotto la pila dell’acqua benedetta. Udii la voce: « Anche oggi ce l’hai fatta, vecchio masnadiere! »
Il nodoso bastone, forte e duro cadde inesorabile come ogni sera sulla mia schiena. Era quello il benvenuto dell’Arcivescovo ogni vespro in cattedrale.
« Combini un mare di guai, poi ti rifugi nella casa di Dio e gli uomini del re non ti possono più toccare. Che dia…mine hai fatto oggi? »
« Monsignore, eccellentissimo signore, vostra signoria mi perdoni, assolva il mio grande peccato… »
« Ti vuoi confessare, ribaldo? »
Il tono a me parve minaccioso, mi rinfrancai a sentire quel “ribaldo”, se avesse voluto punirmi mi avrebbe chiamato “mascalzone” oppure “delinquente”.
« Ci caschiamo ogni sera, tu mi vuoi confessare e io voglio solo l’assoluzione… senza confessione. Se fossi in punto di morte non mi assolveresti per l’articulum della morte? »
« Parola mia: Se muori, ti assolvo senza confessarti in articulo mortis tua… »
« … e se invece di confessarmi ti consegno il corpo del reato? Tu lo dai al re e mi assolvi dal peccato?  »
« Fammi vedere se il… corpo… vale l’assoluzione! »
« Ecco l’anello del vescovo Stefano, è d’oro, è grande e bello, ha una pietra rossa ed è preziosa assai come conviene sia quel che orna l’anello di un vescovo! »
Il randello nodoso e duro dell’Arcivescovo Gualtieri cadde sulle mie spalle. L’Arcivescovo rideva, si tolse un laccio dal collo dove teneva appeso un umile e rozzo crocifisso di legno e vi legò l’anello. Poi mi pose una mano sui capelli e mi dette la tanto sospirata assoluzione.
« Ego te absolvo… bada bene che questa assoluzione vale solo per il furto dell’anello, se hai rubato altro… per l’altro non c’è assoluzione… »
L’arcivescovo aveva l’anello di Stefano, il suo amico-nemico, che vescovo era di Agrigento. Io avevo il sacchetto delle monete d’oro di quel vescovo e l’assoluzione. Gualtieri poteva giocare sulle parole come voleva, l’assoluzione me l’aveva data ed era totale, che andava cianciando di peccati non confessati?
Finalmente mi posi in piedi, col mio aiuto si alzò dalla sua panca pure l’arcivescovo, mise un braccio sulle mie spalle e mi accompagnò alla sua mensa, in una stanzetta dietro la sacrestia.
« Deruberò un prete al giorno, così mi assolverai ogni sera! »
« Io domani incomincio con il chiudere le porte della Cattedrale e soltanto dopo faccio suonare le campane dell’Ave Maria, così gli armigeri del re ti acchiappano e poi quando sei alla gogna mi dirai quanti preti hai derubato e io ti assolverò mentre ti impiccano! »
Alla mensa dell’arcivescovo non c’era da scialare, lui era solito bere molta acqua, mangiare molto pane e divorare un pugno di noci. Non c’era mai vino, non c’era mai carne.
« Non s’è mai visto un arcivescovo come te, vesti come un frate mendicante, mangi come un pezzente! A che ti serve essere arcivescovo? »
« A divenire Papa e farti negare l’assoluzione da tutti i preti dell’universo! »
Naturalmente facemmo a gara a chi avesse la risata più chiara e forte che si fosse mai udita nella Cattedrale. Dalle mie saccocce venne fuori, miracolosamente devo dire che manco mi ricordavo d’averla, una caciotta fresca di primo sale e subito dopo una certa borraccetta di metallo piena di un bel vinello rosso che già emanava profumo solo nel togliere il tappo.
« … se non son rubati… »
« … mangia, mangia eccellenza che sono cose che ho comprato per te… e son comprate parola mia di ladro e pittore… »
Sorrise, il pretaccio, e mi dette un forte scappellotto che mi fece scuotere tutta la testa. Meno male che eravamo amici, se non lo fossimo stati vedi che forza avrebbe impresso alla sua mano e che bel guaio per la mia povera testa. Gualtieri era decisamente, certamente, indubitabilmente, ineluttabilmente votato alla santità e al sacrificio, ma avevo scoperto che se le cose gli venivano offerte con semplicità e affetto, le accettava molto volentieri ed eccolo allora mangiare e bere a quattro ganasce.
Quella notte dormii nella mia bella cattedrale, m’ero posto proprio in quel punto del pavimento che per primo riceveva la luce del sole da un finestrone circolare posto a oriente. Mi sarei così svegliato all’alba e avrei preso la fuga prima dell’arrivo delle guardie. Così non fu. Non era ancora l’alba e il vescovo Stefano, colui che io avevo rapinato del prezioso anello, si presentava in Cattedrale.
Gualtieri nel rendergli l’anello gli volle dire la sua, ché se non l’avesse fatto non sarebbe stato lui:
« Fratello in Cristo, quando vidi che era l’anello di un vescovo, detti a quel ladro delle botte da orbi, ma questo mio operato fece rialzare il prezzo che l’omuncolo era venuto a chiedere per vendermelo. Mi disse che valeva venti tareni e ne pretendeva almeno dieci, lo convinsi a suon di bastonate a prenderne cinque. »
« Fratello Arcivescovo, mancano però dieci monete in oro, sante elemosine da me raccolte per offrirle al Papa, padre nostro che sta a Roma. »
« Di monete non so alcunché, ma devi ragionarci su: il prezzo della moneta non è che la stessa moneta. Il prezzo dell’anello è stato dettato dal mio bastone. Credo che non rivedrai mai le monete, nessun ladro ammetterà che ti ha rubato delle monete in oro, stai tranquillo che mentirà sempre e di fronte a un giudice la tua parola soltanto non basterà. »
Manco a dirlo, andato via il vescovo Stefano io dovetti fare i conti con il bastone dell’Arcivescovo.
« Dieci monete d’oro! Che fine hanno fatto? »
« Stefano racconta storie vuote di senso, come può possedere tanto denaro il vescovo di una piccola città? »
« Va bene, anche se non ti credo. Noi due facciamo un patto: mi farai l’affresco nel porticato della Cattedrale, compri i colori e dipingi, le spese le paghiamo metà per uno, cinque monete d’oro le metto io e cinque le metti tu. Siamo d’accordo? »
Sarei scappato volentieri, ma fuori c’erano le guardie del re. Stefano non le aveva fatte ritirare e io ero prigioniero di Gualtieri e della sua Cattedrale. Accettando la proposta di Gualtieri due cose erano certe: avrei ammesso di aver derubato il vescovo Stefano di dieci monete d’oro, avrei lavorato gratis per l’arcivescovo e del magistrale furto di dieci monete d’oro sarebbe rimasta nelle mie mani la metà. Non dissi niente e andai ad accoccolarmi su una piastra di marmo bianco, seduto sui miei talloni. Gualtieri fu scosso da forti singulti di risa, poi si avvicinò:
« Te ne stai lì seduto come si conviene su di una latrina, bada quella è la tomba di un vescovo. »
« Per marmi e malta, gesso e colori occorrono almeno sette monete d’oro. Ci vorranno due mesi di lavoro per me e tre aiutanti. A pagarli, come mastri muratori e non come artisti, ci vorranno almeno otto monete d’oro. Sette monete per i materiali più otto per gli operai fanno quindici, se poi aggiungi il mio lavoro sono altre cinque monete. Dammi venti monete e faccio il lavoro, altrimenti starò qui ad aspettare che le guardie si stanchino di attendere che io esca dalla Cattedrale. Decidi tu. Anche perché questo è un lavoro da fare per quaranta monete d’oro e te la cavi con la metà, pensaci. Non hai occasione migliore. »
« Domani viene il re, gioca bene la tua parte, vendigli il tuo progetto, convincilo e se il re ti paga con i suoi soldi dipingiamo il porticato, tu tieni per te quanto hai rubato a Stefano e io per finire la mia Chiesa ho le cinque monete avute in cambio dell’a-nello. »
Quella notte dormii nella stanzetta attigua alla Sacrestia; grazie alla carità dell’Arcivescovo ebbi un pezzo di pane, quattro noci, una borraccia d’acqua e un pagliericcio con una coperta: dormii tra le scope e gli stracci. Il giorno dopo l’Arcivescovo Gualtieri mi fece avere una brocca d’acqua per potermi lavare e non puzzare davanti al re. Mi sistemai meglio che potei, un monaco di buona volontà mi volle radere come se fossi un suo confratello, in verità raschiò le mie povere guance con un vecchio rasoio dalla lama sdentata. Ero veramente a posto. Quando venne il re io me ne stavo in un angolo, sapevo bene che re Guglielmo era giovanissimo, doveva avere quasi venti anni, sapevo che in sua presenza dovevo stare in ginocchio, aspettare che si sedesse per avvicinarmi. Aspettavo di essere chiamato.
L’Arcivescovo Gualtieri parlò a lungo dei lavori che si erano fatti nella cattedrale e quello che ancora si doveva fare. Il re ogni tanto lo zittiva, si voltava a guardare la gente del suo seguito e se riceveva assenso invitava Gualtieri a continuare. Se il re avesse negato il suo consenso, Gualtieri non avrebbe ricevuto alcun aiuto in denaro e se la sarebbe dovuta cavar da solo. Se la chiesa fosse crollata sarebbe stato impiccato. I lavori proposti vennero approvati, il re promise partecipazione generosa alle spese. Poi chiese del nuovo porticato. Gualtieri mi chiamò. Fortunatamente il re era seduto. Mi avvicinai e distesi il primo rotolo di disegni:
« Sacra Maestà, il popolo la domenica aspetta che si apra la porta della Chiesa e guarda le nuvole. Ora noi sappiamo che la porta della chiesa è la Porta del Cielo. Se attorno alla porta noi dipingiamo un albero della vita che spieghi l’origine e la fine della vita sulla terra secondo la volontà di Dio, il popolo entrerà in chiesa più attento e timoroso, saprà che attraverso la Chiesa e il rispetto dei suoi insegnamenti raggiungerà il cielo, cioè il Paradiso. »
« Pittore, a parole è tutto bello quel che dici… e nei fatti? »
« Sacra Maestà, sotto il porticato non vi è lo spazio per dipingere o scolpire un albero della vita partendo dal basso e procedendo verso l’alto. Possiamo però crearlo in parallelo agli archi, costruirlo intorno agli archi del portico in senso orizzontale, da sinistra verso destra, come una scrittura. »
« Che razza di albero ne viene fuori se cresce di lato alle radici, anche se è solo dipinto? »
« Ecco vede, Sacra Maestà, l’albero sarà inciso sulla pietra e poi colorato, crescerà come i tralci delle viti nella vigna, che vanno sempre paralleli al terreno e non puntano mai verso l’alto, si degni di guardare: Il portale della nostra Cattedrale ha una grande funzione, è il primo incontro dei fedeli con il luogo Santo e deve raccontare all’uomo la sua storia al fine di svelargli il mistero della salvezza. Io vorrei creare con le mie pitture una “Bibbia dei poveri”, deve servire a esaltare all’esterno della Chiesa i profondi segreti racchiusi al suo interno. Il portale così decorato diviene l’ingresso alla grotta che vide la nascita di Nostro Signore. Io credo, Sacra Maestà, che sia grande l’importanza della porta della nostra Cattedrale, divide e allo stesso tempo unisce i luoghi della carne con i luoghi dello spirito, permette di entrare nella Casa Santa di Dio, è l’inizio del Viaggio dell’uomo tra il bene e il male e questo viaggio è la stessa vita dell’uomo. La porta che ha intorno a sé questi simboli della “Bibbia dei poveri” diventa mezzo di purificazione, avrà quindi il compito di dire al popolo: “Io sono la porta del Cielo e colui che entra attraverso me sarà salvato”. Vorrei servirmi soprattutto di due semplicissimi concetti: La ruota e l’albero. La ruota rappresenta il sole, luce di salvezza degli uomini, è simbolo del grande occhio di Dio che guarda e dona la vita, così come brilla il volto di Cristo nell’Apocalisse. Se osserva con attenzione vedrà che anche l’albero è simbolo di Cristo, è un segno di salvezza poiché si identifica nella Croce. È attraverso la croce che è passata la redenzione del mondo, è quindi mezzo di ascesa al cielo. »
Il re mi guardava perplesso: « Io capisco e non capisco. Sono a conoscenza di molte cose della nostra Santa Religione, più di quante ne sappia il mio popolo, come ti capirà la gente se non ti capisco io? È pur vero che il popolo ha una conoscenza che io non ho: quella della strada, della vita quotidiana alla ricerca di un qualsiasi mezzo per poter restare in vita e forse questo potrà portarli a comprendere la sopravvivenza al di là della vita stessa. Arcivescovo, vorrei sentire il tuo parere. »
« Mio signore, le parole sono belle, ma per dire se valgono il lavoro e la spesa, occorre vedere il progetto promesso, quando l’avrò sotto i miei occhi chiamerò un povero mendicante che sta sempre seduto davanti alla nostra Cattedrale a raccogliere le elemosine dei fedeli e gli chiederò di dirmi cosa capisce nel vedere i disegni. »
« Vedo bene, Arcivescovo Gualtieri, che ti nascondi trai panni di Nostra Signora Prudenza. Accetto il tuo consiglio, vediamo i disegni e poi chiamerai il tuo mendicante. Pittore, facci vedere il tuo progetto. »
Gualtieri, così bravo nel vivere una vita da eremita, a raccogliere elemosine o sollecitare doni per la costruzione della sua Cattedrale, risparmiando su di sé ogni moneta anche di bronzo, aveva guardato il re con occhi di sale, e mi sembrò non capisse i disegni. Interruppi il suo doloroso silenzio.
« Sacra Maestà, il popolo conosce i simboli del nostro tempo, conosce il significato del gallo e del serpente e così di ogni animale o bestia che gli Evangeli o l’Apocalisse di San Giovanni riportano come simbolo. Dopo il lungo cammino dell’avvertimento e l’invito all’osservanza ecco che sboccia a oriente, in direzione del sole, la Chiesa simbolo di verità e di luce. Dieci raggi si dipartono dal volto dell’Eterno e il suo splendore scaccia nelle tenebre il pipistrello signore dell’oscurità e il polpo tentacolare signore degli abissi. »
« Basta così pittore, non riesco a seguirti. Ci sono troppe cose, troppi simboli, turbano la mia capacità di comprendere, poni molto cibo ad arrostire su un’unica griglia. »
Il re era stato categorico, non potevo più difendere la mia opera, mandò uno dei suoi armigeri a chiamare il vecchio mendicante che viveva accovacciato davanti alla Cattedrale. Quando l’ebbe davanti a sé gli chiese con una voce stranamente acuta:
« Dimmi, vecchio, cosa vedi in questo disegno? Ecco, guarda questi grandi fogli uno dopo l’altro, devi cominciare da questo qui e spiegami quel che vedi. »
Il vecchio guardò attentamente i fogli uno per uno, poi si rivolse a me, sapeva chi io fossi, mi sapeva pittore, più volte mi aveva visto colorare statue o dipingere tele o affrescare i muri della chiesa.
« Posso posarli sul pavimento? »
« Sì che puoi. »
Il vecchio non guardò il re, non lo guardò per non avere paura, non lo guardò perché quello era il re e lui invece un povero vecchio che non aveva alcuna autorità, né voce e neppure peso nella stamberga che gli faceva da casa laggiù sulla riva del Papireto, figuriamoci in tutto il regno, non lo guardò perché il re mangiava tutti i giorni e lui invece non era riuscito a mangiare ogni giorno della sua vita, non lo guardò perché era un re giovane e sarebbe morto molto tempo dopo di lui che era un vecchio e malconcio mendicante, non lo guardò perché con la sua occhiata di straforo quando l’aveva visto entrare in Cattedrale aveva scoperto che il re a coprire le spalle aveva una pelliccia che sembrava fitta e calda, oltre a essere bella, mentre lui per difendersi dal freddo pungente di quel gennaio stizzoso aveva una vecchia e logora coperta tutta rattoppata. Prese in silenzio i fogli e li dispose sul pavimento in perfetta sequenza così come sarebbero stati dipinti sul porticato. Si chinò per collocare ogni foglio e dopo averlo sistemato accanto al precedente si alzò e rimirò il tutto in silenzio e a lungo, finalmente si rivolse a me.
« Tu sei un bravo pittore e in tutta onestà devo dire che sei anche un bravo filosofo. Tu sai che quando dipingerai la pietra le avrai dato una storia da raccontare e da tramandare da padre in figlio. Adesso vuoi che io ascolti la parola non detta del tuo disegno e le dia vita con la mia parola, è così? »
« Sì, è così, hai capito benissimo. Adesso sono io che voglio capire se tutti intenderanno quel che dipingo o se devo cambiare qualcosa nel mio progetto di pittura… »
Il vecchio segnò sul proprio corpo la Croce di Cristo, poi con voce chiara rivolto a me e non al re: « A guardare il tuo disegno io vedo che l’uomo è legato al cielo e alla terra, fa parte della natura, nasce dalle viscere della Madre Terra, scaturisce dal fango, tu fai capire che a lui è data libertà di scelta, può scegliere se divenire terra sterile o terra fertile. È servo ed è padrone del Creato si rinnova nelle acque dello Spirito Santo ogni giorno al levar del sole quando il gallo canta e lo richiama alla sua missione. L’uomo in questo viaggio che compie, che è in fondo la sua vita, deve essere vigile e attento, puro come una colomba e astuto come un serpente, e come i serpenti deve rinnovarsi mutando la pelle. All’uomo è dato il dominio su tutte le cose, se sarà capace di esercitare il dominio su se stesso e se resisterà alle lusinghe e alle tentazioni del demonio rappresentate da tutti questi animali raggiungerà la gloria di Dio che è racchiusa in questo Volto di Cristo, tra questi bellissimi raggi del sole che risplende in pieno giorno. » Si rivolse poi al re: « Io, o re, sono vecchio e morirò quando tu sarai ancora giovane. Tu, o re, come puoi pretendere di capire se ti mancano le esperienze della vita e gli anni di fame e di insonnia, di ingiustizie e menzogne patite che io ho accumulato sulle mie spalle? Ricorda o re il Salmo:
 
Chi salirà il monte del Signore,
chi starà nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non pronunzia menzogna,
chi non giura a danno del suo prossimo.
Otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.

 
E tu, o re, hai le mani innocenti e il cuore puro? Hai mai rifiutato di pronunziare menzogna nella tua brama di potere o di governo? Hai mai rifiutato di giurare a danno del tuo prossimo nel far valere il tuo potere? Soltanto quando sarai vecchio, stanco e insonne e con mille e mille esperienze sulle spalle, otterrai la benedizione dal Signore e soltanto allora potrai capire ciò che oggi non capisci, e quel che dice il pittore filosofo, che lui dipingerà con le sue immagini sul portico della chiesa. »
Alto, ieratico, sprezzante e solenne, il vecchio mendicante con il suo bastone trascinato stancamente sul mosaico del pavimento uscì dalla Cattedrale.
A me parve strano che re, arcivescovo, nobili e soldati chinassero la testa in silenzio mentre il mendicante usciva dalla Cattedrale.
Nel silenzio che seguì il re fece segnare su una cartapecora l’assegnazione di ottanta tareni d’oro per me per “l’approntamento e il compimento dell’albero della vita e che sia pieno di vita, sul porticato della Cattedrale”, così fece scrivere a chiarissime lettere. Dispose inoltre e fece segnare con altra cartapecora che il vecchio mendicante fosse ricoverato nel Monastero della Rocca del Monte Regale e vi venisse assistito sino alla fine dei suoi giorni, assegnando al monastero per il suo mantenimento la rendita di un orto che il re possedeva nella zona.
Gualtieri mi guardò storto e io feci finta di nulla.
Il re si rivolse a me: « Non posso perdonare il tuo furto ai danni del vescovo Stefano e voglio che la mia Cattedrale venga finita al più presto in ogni suo particolare, resterai prigioniero di questa Chiesa e non potrai uscirne sin quando non avrai finito e io non ti abbia dato il mio consenso per iscritto, munito del mio sigillo. »
Il re Guglielmo si alzò dalla sua seggiola, mi sbagliavo, era alto quanto me ed era inoltre robusto più di me. Mi prese per il collo e me lo strinse con notevole vigore.
« Sei bravo come filosofo sai creare catene logiche di pensiero e le sai persino dipingere, perché rubi allora? »
Il re mi scosse tutto, dovetti rispondere: « È vero, talvolta rubo, quando è sfacciata la ricchezza di chi se ne pavoneggia e io lo punisco, il frutto lo do a chi ha più fame di me. Altre volte rubo per mettere a prova la mia destrezza. Infine rubo perché Gualtieri non mi paga abbastanza, mi fa lavorare e non mi dà soldi, se protesto mi promette che dirà le messe in favore dell’anima mia quando morrò. Devo mangiare adesso che son vivo, ora mi occorrono soldi per comprare il cibo; le Sante Messe, per quante Sante siano, non mi faranno mangiare quando lui le officerà e neanche oggi. »
Il re rise a gola spiegata, lasciò il mio collo e chiamò un suo cortigiano, poco dopo quello mi portava una borsa piena di monete. Quando a fine giornata le contai, dovetti ripetere più volte la conta tanto ero emozionato, vi trovai i miei ottanta tareni d’oro. Ero ricco, sempre che Gualtieri non ne volesse una parte per finire di costruire la sua Cattedrale; dovevo trovare subito dove conservare tutto quell’oro.
A notte avanzata mi svegliai di botto, il re non mi aveva ritirato la carta pecora con l’assegnazione degli ottanta tareni d’oro, di tareni ne avevo così cento e passa, ché senza carta e penna e a mente non riuscivo a capacitarmi quanto denaro avessi…
Il re non mi aveva perdonato però il furto, mi ripagava benissimo in oro quella prigionia, mi dava otto volte il valore del mio lavoro, ma mi condannava a vivere dentro la cattedrale. Significava dare un addio alle mangiate in osteria con gli amici, alle bevute in allegra compagnia di chiunque fosse con me in quel preciso momento, ma soprattutto diveniva un silenzioso addio alle donne della mia vita, ero sicuro che quel benedetto lavoro mi avrebbe preso tanto di quel tempo che non le avrei più ritrovate dopo mesi e mesi di assenza dai loro letti.
Quando andò via il re con i personaggi della sua corte, sparì persino Gualtieri. Li avevo seguiti sin sulla porta Maggiore, ma gli armigeri mi chiusero a doppio mandata il chiavistello dei due battenti quasi sul volto.
Sconsolato rientrai nella mia bella ma fredda Cattedrale, mi avviai al fonte battesimale che avevo scolpito l’anno precedente, nella colonna che sosteneva il bacile in marmo vi era un anello eccentrico di pietra mosaicata, spostandolo in una certa maniera e direzione lasciava intravedere un vano dove entrava a malapena la mia mano ed era la mia cassaforte. Era lì che nascondevo monete d’oro, gioielli in oro che mi venivano dati in pagamento o che… rubavo. Nascosi per benino in quel vano all’interno della colonna la pesante borsa degli ottanta tareni d’oro del re e la cartapecora con l’autorizzazione a pagarmi da parte del ministro delle dogane. Quando rimisi l’anello eccentrico al suo posto, respirai di sollievo, anche se mi rendevo perfettamente conto che sorgeva un altro grosso problema. Mi diressi alla piccola camera adiacente la sacrestia, dove ormai mi teneva come un cane su un fradicio pagliericcio l’Arcivescovo Gualtieri.
Amaramente riflettevo sui poveri e miserevoli fatti della mia vita quando ebbi a pensare alle ostie che stavano in sacrestia. Non solo ci saranno state le ostie ma ci dovevano essere anche il vino e l’acqua per potere officiare la Santa Messa. Speranzoso mi avviai alla ricerca del cibo, riflettevo che quella sera l’aveva avuta vinta Gualtieri e quello doveva essere il suo modo di vendicarsi. L’arcivescovo e il re non potevano però tenermi sempre digiuno, dovevano pur pensare a riempire il mio povero stomaco vuoto, altrimenti come avrei fatto a dipingere e incidere quel benedetto porticato?
Dal giorno dopo in poi da non so quale convento due volte al giorno un monaco mi portava un buon pranzo e spesso non mancavano la cacciagione e il vino. I problemi arrivavano il venerdì, quello era per Gualtieri il giorno della penitenza ed eccolo nella mia stanzetta con poche noci per lui e per me e una fiasca d’acqua. Così mangiando quelle quattro noci gli mostravo i lavori fatti. Dovetti corrompere il monaco dei pranzi di tutti i giorni che almeno mi portasse un pezzo di pane e poi pazientemente attendere che Gualtieri rientrasse all’Arcivescovado.
Tutto il piano antistante la cattedrale era stato recintato già da qualche anno con muri molto più alti di me. Io lavoravo quindi nel piano dai quattro cancelli, vedendo benissimo le guardie del re che mi sorvegliavano, attente a non perdermi di vista. Facevano una vera ronda da cancello a cancello, da dietro i muri non potevano vedere cosa facessi o dove stessi, mi spiavano negli spazi tra le barre in ferro. Aspettavano semplicemente che uscissi dalla Cattedrale per mettermi alla gogna e bastonarmi per benino, magari rompendomi qualche osso. Io dal canto mio facevo finta di non vederli, seguitando a scegliere da una catasta di grosse pietre squadrate quelle più lisce e compatte.
Indossavo un’ampia camicia sporca e lacera in più punti e le mie brache erano biancastre con uno strano sfondo di un colore che somigliava a un marrone nato forse più dallo sporco che non da una precisa colorazione del tessuto. Per lavorare la pietra non potevo fare altrimenti, dovevo necessariamente indossare i panni più vecchi e malridotti che avessi e mi davano un aspetto più che scalcagnato, degno degli uomini più miserabili della terra.
All’improvviso il Santo giorno della Pentecoste si aprì il cancello dirimpetto l’Arcivescovado. Gualtieri, in pompa magna, con un cappellone sotto le cui falde potevamo stare in tre uomini a ripararci dalla pioggia, tutto vestito di rosso e con i bordi cintati da pelliccia d’ermellino, avanzava con incedere solenne appoggiandosi al bastone pastorale dall’estremità ricurva e riccamente decorata con la pesante sommità in argento scolpito: andava al pontificale nella Cattedrale. Avanzava del tutto immerso in quella nuvola rossa di veste e manto cardinalizi. Sapevo bene che lui era solito dire che il bastone pastorale deve essere al fondo appuntito per spronare i pigri, nel mezzo diritto per condurre i deboli, in alto ricurvo per radunare gli smarriti.
Il mio pensiero fu immediato: Vuoi vedere che mi considera una pecorella smarrita e mi viene a bastonare con quel pesantissimo e massiccio affare in argento?
Si fermò davanti a me e mi sfotteva quel suo saluto: « Povera e mendica va vestita la filosofia! »
Non volli o non seppi trattenermi, non so perché mi comportai in quella maniera, è certo che avevo la vista ottenebrata da quel massiccio bastone in argento scolpito, da tutto quel rosso delle sue vesti da cardinale, e scattai con la mia risposta fulminea, neanche pensata: « Di rosso va vestita l’ignoranza! »
Il colpo solenne del solennissimo, magnifico e massiccio bastone pastorale solennemente arrivò sulle mie spalle rapido come un fulmine con gesto ampio, ieratico e grandioso. Ai presenti sarà parso il gesto di un vescovo che benedice il prediletto tra i fedeli, la pecorella smarrita.