8 Marzo 2020

Cuoredipietra

di Cosimo Buccarella

Sei venuto, finalmente. Cominciavo a pensare che non ti avrei più rivisto. Stai iniziando a capire molte cose di me, e ho temuto che questo ti avesse spaventato al punto da farti scappare. Cose, però, che non posso più tenerti nascoste. È da un bel po’ di tempo che ci vediamo tutti i giorni, noi due. Ed è vero che il tempo non ha per me molta importanza. Ma ne ha per te. So che ormai hai intuito quello che è accaduto quel giorno, anche se non vuoi ammetterlo. E dunque è giusto che tu comprenda tutto quanto, non credi? Se mi ami come io ti amo, allora devi sapere tutto di me.
Forse riesci ancora a ignorarmi, mentre monti il cavalletto. Lo sistemi ogni giorno nello stesso punto, tanto che ormai le sue gambe di legno hanno scavato dei fori sulla terra battuta in corrispondenza dei punti d’appoggio. Inumidisci i pennelli, misceli i colori. È bello guardarti mentre prepari gli strumenti della tua arte. È buffo osservare con quanta cura cerchi di ottenere la giusta sfumatura di colore e sapere che poi non la userai. Che per i tuoi dipinti, come al solito, userai soltanto il nero, e rimarrai in attesa di un colore che da molto tempo non riesci a cogliere.
Ti immobilizzi ad attendere la luce giusta, con quello sguardo assorto e insieme arcigno che tiene lontani i curiosi e ti rende così affascinante. È un peccato ch’io sappia tutto di te. Sarebbe stato bello scoprire tutti i tuoi misteri poco a poco.
Il sole si abbassa all’orizzonte e tu disegni il primo tratto sulla tela. Adesso non puoi più ignorarmi. Adesso sono tua. Adesso sei mio.
Sono bella, così? Questa luce mi dona? Per te sono sempre bella. Per te ogni luce mi dona.
Mentre poso per te, mentre ti lasci rapire dall’ispirazione e svanisci nella tua trance, ti racconterò un episodio avvenuto proprio qui a Noimont, quasi cinquecento anni fa.

Noimont, 1268 (quasi cinquecento anni fa)
 
C’è una donna che geme nel tentativo di allentare i legacci che le bloccano i polsi dietro la schiena. Le sue gambe nude graffiano contro il legno grezzo della sedia. Piccole schegge si conficcano nella carne tesa.
C’è un grassone le volge le spalle, intento a contemplare qualcosa che è celato agli occhi della prigioniera. Senza voltarsi, le dice con voce piatta che non riuscirà a liberarsi.
« La prego, mi lasci andare » supplica lei. « Non ho fatto nulla di male. La scongiuro, Sua Eminenza, mi lasci andare. »
Il grassone ruota sulle scarpe lucide, facendo frusciare la lunga tonaca. La sua divisa da Cardinale. « Nulla di male… » ripete. Afferra l’oggetto che stava osservando e lo pone al centro della stanza, sotto un fascio di luce che piove da una feritoia sul muro.
La donna trattiene il respiro mentre fissa la tela che l’altro regge tra le mani. C’è lei, in quel dipinto. Nuda e bianca e radiosa. Abbandonata su un letto di fiori su cui sembra galleggiare come una creatura di un altro mondo, in un mare formato da tutti i colori dell’Universo.
Comincia a ripetere all’infinito la sua preghiera, sussurrandola come un rosario. Mi lasci andare, mi lasci andare. La prego. La prego. La prego.
Sulla sua flebile voce si erge quella melliflua, liquida del Cardinale: « Quando mi è giunta voce di ciò che accadeva tra te e il pittore… Che vivevate nel peccato. Che fornicavate come barbari e vi abbandonavate a qualunque perversione, compresa la rappresentazione di nudi e oscenità! Quando queste voci si sono fatte così insistenti da non poter essere ignorate, allora ho compreso che era mio compito porvi fine. È stato il Signore a inviarmi in quella casa. È stato il Signore, non io, a voler punire con la vita il pittore. È stato il Signore, ancora, a volere che in quella casa io vedessi il ritratto. Perché ricevessi la Rivelazione. »
Il porporato avanza di qualche passo. Solleva la mano a sfiorare il volto della prigioniera. « La Rivelazione che non di offesa a Dio si trattava » continua, « ma di un miracolo! Lì, proprio sotto i miei occhi. Tu eri lì, in quel dipinto. In questo dipinto. Perfetta come nelle visioni che il Signore mi ha inviato per ordinarmi di costruire la sua dimora prediletta. È stato Egli a dirmi che ti avrei incontrata. Che avrei incontrato te, Marie di Noimont, Signora dei Fiori! »

Noimont, 1742 (oggi)
 
Non so come la storia della Signora dei Fiori possa farti venire in mente quella brutta donnaccia con cui te la facevi ultimamente. È stato un bene per te che sia finita così com’è finita, credimi. Che fai, ci ripensi ancora? Io ancora vedo la scena nella mia mente, e ancora mi fa ribrezzo!
Camminavi lungo la parete bianca, sulla quale raggi di sole proiettavano la sagoma della finestra. Stracci sul pavimento spargevano nell’aria viziata effluvi di solventi e colori di cui erano impregnati. In un angolo, bottiglie vuote. In un altro angolo, su di un letto grinzoso e sfatto si rigirava una donna ancora più sfatta.
Sfioravi i dipinti con un dito, chiedendoti cosa fosse ciò che percepivi ma non vedevi in loro. Forse qualcosa celato tra i colori assenti, tra le linee e gli angoli retti. Forse qualcosa tratteggiato dalla luce.
Sapevi che c’era qualcosa nascosto nel soggetto di quei ritratti, qualcosa che un anno di tentativi non è stato sufficiente a svelare. Ne hai dipinte centinaia, di quelle tele. Che a occhi profani sembrerebbero tutte uguali. Ma per te no. Per te sono cento interpretazioni differenti di uno stesso soggetto. Cento tentativi di scoprire il segreto nascosto nell’enorme massa scura che macchia ogni tela.
La donna si è trascinata barcollando verso di te. « Sai cosa manca ai tuoi dipinti? » ti ha chiesto.
Hai storto la bocca inspirando il fiato avvinazzato di lei. Per un attimo hai sperato nel più improbabile degli aiuti. « Che cosa? » hai domandato senza voltarti.
« I colori » ha sghignazzato lei. « Non vedi? Sono tutti neri! Tutti neri e tutti uguali! A che ti servono tutti quei colori, dico io, se non li usi? »
Allora l’hai scacciata con un gesto stizzito della mano e le hai detto: « Ah, taci! Raccogli i tuoi stracci e vattene, baldracca. »
« Baldracca? » ha attaccato lei inspessendo la voce. Ti si è scagliata contro e ti ha afferrato per il bavero e ti ha spintonato. « Baldracca come tua moglie, eh! » ha urlato. « Dicono che è questo che ti ha fatto andare fuori di testa. Ch’è per questo che l’hai ammazzata: per tutti gli uomini con cui se la faceva. »
Fulmineo l’hai l’afferrata per la gola. « Non osare parlare di lei! » hai ruggito mentre le dita stringevano e diventavano bianche come la pelle di lei.
La donna ha scalciato, sputato e urlato e tu l’hai spinta via.
« È vero dunque ciò che dicono di te » ha gracchiato lei mentre raccoglieva le sue povere cose. « Sei solo un miserabile pazzo. »
« Credi a ciò che vuoi, stupida donna. Ma fallo lontano da questa casa » le hai risposto.
Così sei rimasto solo, e sei tornato a sfiorare con un dito una delle tue tele. Ti sei portato alla finestra e hai guardato verso il sole che tramontava. Lì, dove gli alberi secolari diradano in una piazza di terra battuta, si sono fermati i tuoi occhi. Hai guardato quel cumulo di pietre che si erge verso il cielo come una montagna, mastodontica e oscura, e buca le nubi con guglie alte come picchi alpini. La sua ombra domina il paese sottostante. Hai guardato da lontano il mistero la cui essenza invano cerchi di cogliere con i tuoi dipinti. La Cattedrale.
Decisamente Marie di Noimont fu più fortunata, con il suo pittore. E dato che oggi mi sembri particolarmente ispirato e pare che tu non abbia alcuna intenzione di smettere di ritrarmi tanto presto, continuerò con la sua storia.

Noimont, 1268 (quasi cinquecento anni fa)
 
Abbandonata ogni speranza, lasciata sola nel buio di quella stanza con le mani e i piedi legati, la sete che le arde le labbra, Marie ricorda.
Ricorda l’euforia di quei momenti vissuti nella consapevolezza della passione e nell’ignoranza dello scorrere del tempo. Con il cuore sempre veloce nel petto e la vista sempre piena l’una degli occhi dell’altro. Lui, l’artista. Lei, la sua fonte d’ispirazione. La modella che rappresentava un mondo perfetto.
Stava sdraiata su un fianco sul giaciglio, con la brezza che entrava dalla finestra ad accarezzarle la pelle nuda, e si allungava a sbirciare accanto al corpo del suo uomo l’ultima creazione di quei pennelli che ai suoi occhi parevano incantati, tali erano le meraviglie che riuscivano a imprimere sulla tela.
Vide che la stava ricoprendo di fiori multicolori. Da un lato e dal suo opposto, dall’alto e dal basso, fiori di ogni dimensione sbocciavano dai pennelli, sormontavano altri fiori, circondavano il corpo dipinto al centro. Non le era capitato di galleggiare in un oceano di petali, nella vita. Non aveva pensato che potesse mai accadere. Eppure mentre guardava se stessa incastonata nel rettangolo dipinto, sdraiata con le braccia larghe e gli occhi chiusi, affogata nel mare di fiori, le sembrò di sentirne la carezza dietro le orecchie e la morbidezza sotto la schiena e il profumo tutt’intorno.
« Perché costelli il mio ritratto di fiori? » chiese.
Il suo uomo trattenne il pennello. Si voltò pensieroso. Sembrava che stesse scegliendo con estrema cura le parole con cui esprimersi. « Quei fiori sono l’amore che ti circonda » dice. « Vedi quanti colori diversi? Ci vogliono tutti i colori del mondo per rappresentare l’amore, poiché quando ami è come se provassi tutte le emozioni del mondo. Sei felice, e poi temi per quella felicità. Temi che possa scomparire. E quell’angoscia e quel terrore sono l’angoscia e il terrore più intensi che proverai in vita tua. »
« Dunque, l’amore contiene anche emozioni negative? »
« Non esistono emozioni negative. Esistono soltanto fiori di colore diverso. »
Marie si alzò a baciare la bocca dell’uomo. Dopo lunghi attimi, staccò le labbra da quelle di lui e gli sussurrò: « Non m’importa di che colore essi siano: voglio soltanto che i nostri fiori non appassiscano mai. »

Noimont, 1742 (oggi)
 
Inizi a collegare i vari elementi, vero? Metti insieme i dettagli come tratti di pennello che presi a sé sono insignificanti e sommati, invece, concorrono a definire una forma. I colori, i dipinti, un uomo e una donna… A proposito, oggi il ritratto ti sta venendo particolarmente bene. Solo che la luce è cambiata. Il tempo passa e il giorno va avanti, non puoi pretendere che il sole illumini la scena sempre allo stesso modo. Perché non riporti questa nuova luce sul tuo dipinto? Non vedi come tratteggia i mattoni, come si piega negli angoli di ogni roccia, come accarezza il profilo della Cattedrale? Prendi i colori, sfumali nella tonalità giusta e aggiungi la luce al tuo ritratto. Proprio lì, proprio su quella parete in cui, otto mesi fa, accadde qualcosa. Te la ricordi bene adesso, vero? Ricordi anche la parte a cui non hai mai creduto, vero?

Noimont, 1741 (otto mesi fa)
 
Come ogni giorno da molti giorni stavi in piedi nella piana di terra battuta all’ombra della grande Cattedrale. Come ogni tela delle molte che in quei giorni accarezzavi con i tuoi pennelli, anche quella che avevi davanti agli occhi ritraeva la scura mole delle pareti di pietra che si perdevano nel bianco del cielo.
E come in ogni immagine che hai riprodotto con i tuoi spessi tratti neri, anche in quell’ultima immagine c’era un tratto indistinto. Un’area sfocata e incompiuta. In quel punto dove un giorno vedesti qualcosa brillare sopra i mattoni consunti dal tempo. Nel punto in cui una volta scorgesti un arcobaleno di colori stendersi per un istante sul muro, come umidità che filtra dalla roccia. Spandersi attraverso i mattoni.
Forse ogni artista ha bisogno di un’ossessione. Forse l’ispirazione non è nient’altro che un’insana ossessione. Quei colori che per un istante avevi percepito. La loro inesplicabilità. La loro origine sconosciuta. Quei colori divennero la tua ossessione. Un’immagine vivida nella tua mente, eppure sfuggente. Come qualche cosa intravista con la coda dell’occhio che scompare quando volgi su di essa la tua attenzione.
Quello non era il primo giorno in cui cercavi di fissarla su un dipinto, per tentare di afferrarne la natura, le dimensioni, i contorni. Quel giorno fu solo l’ennesimo di una lunga serie in cui ogni tentativo di far rivivere sulla tela quel bagliore si risolveva in un nuovo insuccesso.
Ma c’era qualcuno che non condivideva la tua ossessione. Qualcuno che non capiva cosa significasse per te. Che non sapeva cosa in quella visione ti avesse stregato al punto di dedicarti a essa con tutto te stesso. Una donna che pensava che il tuo tempo, i tuoi pensieri e i tuoi sentimenti dovessero essere specialmente a lei dedicati, e non a un muro di una chiesa. Una donna che un tempo ti capiva e ti amava per il tuo cuore d’artista. Una donna che non ti capiva più, e che per questo non ti meritava più.
Il giorno in cui venne a chiederti di gettare tela, colori, pennelli e cavalletto e andare via con lei. Il giorno in cui venne a ordinarti di andare via con lei. Il giorno in cui giunse a minacciarti di andare via e abbandonarti se tu non avessi smesso di trascorrere tutto il tuo tempo a dipingere uno stesso muro. Quel giorno, tu capisti che era preoccupata per te. Che non voleva soltanto riaverti con lei. Non desiderava soltanto che tu tornassi alla vostra casa. Capisti che era preoccupata della tua salute mentale. Che non aveva mai realmente creduto a ciò che avevi visto sul muro. Che ti aveva assecondato perché tu ritrovassi la tua ispirazione. Un atto d’amore che le costò la perdita del tuo amore.
« Era qui » le dicesti, ansioso che ti credesse. Ti avvicinasti alla parete della cattedrale e lei ti seguì. « Proprio qui » e poggiasti una mano aperta sui mattoni freddi. Quel contatto, il calore che infuse nella pietra, fece fremere impercettibilmente la struttura, senza che né tu né tua moglie ve ne rendeste conto.
« È solo un muro » disse lei afferrandoti la spalla e costringendoti a distogliere lo sguardo dalla cattedrale. « Solo un normalissimo muro. Ciò che hai creduto di vedere non è reale. »
Fu allora che un mattone si staccò, quarantacinque metri sopra le vostre teste, e precipitò in silenzio. È strano che la morte possa essere così vicina, apprestarsi così velocemente, tendere un agguato così palese, eppure ci si possa non accorgere di nulla. Chissà quale fu l’ultimo pensiero di tua moglie prima che quella meteora le sfondasse il cranio. Prima che la sua testa esplodesse come un fuoco d’artificio di sangue e ossa. Forse pensò che dopotutto si era sbagliata. Che quello non era affatto un comunissimo muro. Ma non ci fu tempo per conoscere i suoi pensieri. Ci fu tempo solo per assaporare il sangue che si spargeva sui mattoni neri. Come già una volta, quasi cinquecento anni prima, in quello stesso punto era stato sparso.

Noimont, 1268 (quasi cinquecento anni fa)
 
Sotto la pioggia che batte, scura scura, lenta si muove una breve processione. I piedi affondano nella melma. L’erba si piega sotto i calzari. Marie trema, attraversata da brividi che poco hanno a che fare con il freddo e molto con il terrore. Uomini taciturni la precedono e la seguono, guidandola verso quello che appare come lo scheletro di una bestia gigantesca e primordiale. Colonne e archi che s’innalzano al cielo e finiscono nel nulla e sembrano grinfie protese ad afferrare una preda.
La giovane viene condotta al centro della costruzione. Alza gli occhi e guarda la pioggia cadere.
« La cattedrale » urla d’improvviso il Cardinale sopra il frastuono dell’acqua. « La cattedrale è il nostro dono al Signore. Egli ha voluto che fosse sacra alla sua Santissima Madre, simbolo eterno di amore e dedizione. L’ha voluta ornata di fiori, perché la sua vista infonda sentimenti di pace e armonia nei cuori degli uomini. »
Gli astanti, manovali e servitori del religioso, tacciono congiungendo le mani.
Il Cardinale allarga le braccia e accoglie idealmente la platea in un unico abbraccio e dice: « Il Signore ha voluto altresì che la sua casa avesse un’anima. Io stesso ho dubitato a lungo dei miei sensi. Ho creduto di aver interpretato male la Sua volontà. Ma questa giovane… Questa giovane è la Sua volontà. La sua anima sarà l’anima della casa di Dio. »
Così detto, l’uomo s’inginocchia nel fango, congiunge le mani e comincia a pregare. Una lunga, monotona litania che accompagna il lento movimento degli accoliti che formano un cerchio intorno alla donna. Il cerchio si stringe e si chiude sopra la sua esile figura che si volta a cercare pietà in ogni viso. Mani si serrano attorno al suo corpo.
Urla, la donna, e si dibatte. Strattona con tale violenza che le pare di sentire le braccia staccarsi dal corpo. Gli uomini la trascinano a fatica. La bloccano contro una parete. La fanno inginocchiare. Le legano i polsi davanti al grembo. Le stringono legacci intorno alle caviglie. A forza la infilano in una nicchia, che roccia dopo roccia vanno a murare. Urla, Marie, urla finché l’ultimo mattone viene collocato e la sua voce si affievolisce.
Tutto è finito, sperano gli uomini. Si allontanano dalla parete senza avere il coraggio di guardarsi negli occhi. La pioggia picchietta sulle loro teste. Nelle orecchie. Rimbomba dentro le menti come colpi di cannone. Poi non è più la pioggia. Gli sguardi si spostano in coro verso il muro. Da lì un colpo secco è rimbalzato nell’aria.
La litania del cardinale si zittisce.
Gli uomini smettono di respirare.
Restano soltanto la pioggia, il vento che fa frusciare le fronde. E il muro.
Un altro colpo. Gli uomini indietreggiano di un passo, consapevoli che la donna ha mani e piedi legati. È con la testa, che batte sul muro. Quei rintocchi sono il suono del suo cranio che batte sulla roccia e si spacca e si scheggia come un guscio di noce. Inonda di sangue il suo sepolcro, colpo dopo colpo. Rintocchi come martellate su chiodi infilati nella carne di quegli uomini che scappano. Sanno di non poter sfuggire a ciò che hanno fatto, eppure scappano, mentre la pioggia scivola sulla loro opera come un lungo pianto di morte.

Noimont, 1742 (oggi)
 
La tua ricerca è giunta alla fine. Ciò che per mesi hai cercato di cogliere si è finalmente rivelato alla tua vista. Non chiedermi perché ti ho permesso di comprendere. Non chiederti se un’anima pietrificata da cinquecento anni di solitudine, un mostro di pietre nato dal sangue, possa ancora provare sentimenti per un semplice essere umano. Forse a guidare i tuoi pensieri è Marie, che rivede in te il suo amato pittore. Forse l’hai ammaliata con i tuoi ritratti, facendole rivivere le sensazioni che provava quando posava per lui, che l’ammirava così tanto da averne fatto l’unico soggetto dei suoi ritratti. Che da lei era ispirato. Ossessionato. O forse è il sangue di tua moglie che si è mescolato al suo tra le crepe della roccia, ad amplificare l’amore che provo per te. Questo non lo saprai mai, e mi auguro che non t’importi. Perché ciò che invece sai è quanto io tenga a te. Quanto abbia sofferto a lasciar cadere un pezzo di me stessa pur di liberarti da quella presenza deleteria per la tua arte. Da quella donna che voleva portarti via da me. Ci può essere amante più appassionato di chi sacrifica una parte di sé per la felicità dell’altro?
Mentre guardi il ritratto che hai appena finito di dipingere, sai che la tua ricerca è giunta alla fine. Luce su luce hai spalmato sulla tua tela, seguendo il percorso del sole che tramonta. Ombra su ombra hai riportato su ogni curva di ciascun mattone, senza guardare quale sarebbe stato il risultato finale, come se il pennello si muovesse da sé, guidato dalla luce.
E adesso che il sole lancia scie di rosso attraverso l’atmosfera, guardi il tuo dipinto e ti accorgi che il muro che hai ritratto non è più incompleto. Che finalmente, dopo mesi di tentativi, sei riuscito a definire e disegnare il particolare che era perduto nella tua mente. Allunghi un dito e sfiori quel grumo di colori, nel punto in cui le diverse scie di luce del giorno si sono intersecate. Sfiori quel volto che hai dipinto inconsapevolmente e non riesci lo stesso a capire. Ancora non capisci, e forse mai capirai, se quel volto appartenga a Marie di Noimont oppure a tua moglie. O a nessuna delle due, perché forse appartiene soltanto a me, che sono entrambe eppure nessuna. Che sono roccia, tempio, tomba e simulacro. Cattedrale.
Guardi in terra. Guardi i fiori che ho fatto sbocciare per te. Sussulti, e il pennello ti sfugge dalla mano e si libra per un istante, leggero, nell’aria. Atterra con un tonfo sommesso e scompare. Annega in un mare di colori.
Tutti quei colori. Tutti quei fiori che ricoprono l’intera piazza. I passanti si sono immobilizzati, come te, a osservarli. Qualcuno da qualche parte si china a coglierne uno e ne accarezza i petali con la punta dell’indice.
Poi il vento giunge da chissà dove a mischiare l’aria, e profumi diversi corrono sotto il tuo volto, inseguendosi. Il mare di fiori sembra fremere, incresparsi. Correre come un’onda di piena che avanza verso un luogo preciso.
Stacchi la tua tela dal cavalletto e segui quell’onda cangiante di riflessi iridescenti. Attraversi quell’oceano di petali che ha invaso la piana come camminandoci sopra, la tela stretta al petto, lo sguardo perso davanti a te.
Ti lasci guidare sino alla parete. Lì dove ancora minuscole particelle di sangue di tua moglie riposano nei pori della roccia. Osservi la pietra luccicante di umidità, tanto che sembra che il muro pianga di un pianto antico e ininterrotto. E dalla pietra spunta un fiore e questo fiore ha molti petali. E ogni petalo ha un colore differente da quello che gli vive accanto.
Posi la tela contro la parete. L’umidità ne impregna la trama e si condensa sotto i grandi occhi socchiusi della donna dipinta. Ne bagna le ciglia, sciogliendo i colori a formare lacrime d’arcobaleno. E mentre sfiori il muro della Cattedrale, una voce ti parla nella mente. Grazie, amore mio, dice. Grazie per tutti i colori di-versi.
Ti inginocchi e chini il capo davanti a quel volto. Piangi, consapevole dell’amore che hai ricevuto. Del suo potere di creare e distruggere. Piangi, affranto dall’essere stato amato un’ultima volta.