7 Marzo 2020

Edda

di Maria Michela Di Lieto

da I racconti nel Castello,
antologia della Prima edizione del Premio Letterario “Città di Barletta”.

Blocchi di pietra scomposti s’innalzavano verso le nuvole, ricoperti da un sottile strato di muschio, segno dell’abbandono che da tempo regnava in quel luogo.
Alzò lo sguardo verso il cielo scuro e pensò che presto sarebbe venuto a piovere. Sarebbe stata una buona idea rientrare in casa, per non farsi sorprendere dal temporale. Aggirò con cautela le poche rovine rimaste di quello che un tempo era l’imponente castello che sovrastava la vallata, attenta a non scivolare sui massi sconnessi che sporgevano dal suolo. Giunse in uno spiazzale proprio mentre il cielo iniziava a brontolare. Fu lì che notò il fioco bagliore di due fiammelle accostate, e vi si avvicinò. Erano due piccole candele, adagiate su una pietra liscia. Le osservò meglio, chiedendosi chi le avesse lasciate lì, nonostante la pioggia imminente.
Un risolino attrasse la sua attenzione. Era una bimbetta dai capelli neri. Poteva avere al massimo cinque anni e stava lì, di fronte a lei, a fissarla. Si stupì di non averla notata prima. Aveva il vestitino stracciato, e non indossava scarpe. La guardava con un sorriso furbetto, gli occhi accesi di ilarità.
« Sono tue queste candele? » le chiese, ricambiando istintivamente il sorriso.
La bambina scosse il capo. « Una è mia. » accennò alla candela a sinistra, la più alta delle due. « L’altra è di Edda. »
Come se il nome l’avesse evocata, un’altra bambina comparve alle sue spalle, vestita di tutto punto e con i lunghi capelli castani ben pettinati. Anche lei sorrideva, con un leggero rimpianto che stonava in quello sguardo infantile.
« Beh, allora vi conviene spegnerle e portarle a casa » consigliò alle bambine. « Sta per venire a piovere. »
« Non pioverà, ha già piovuto abbastanza » le replicò la bimba dei capelli neri, mentre l’altra annuiva, senza parlare. Poi iniziò a cantare lentamente, una filastrocca che parlava di piccole fiamme e di soffi di vento.
Anche l’altra bambina, Edda, seguiva la musica con lei, ma ancora una volta non aprì bocca. Quando la canzone finì le rivolse però uno sguardo triste e disse un’unica frase: « Io voglio bene a Teresa. »
Stava per chiederle qualcosa, ma la piccola dai capelli neri si avvicinò alle due candele e soffiò forte su di esse. « Solo una si spegnerà » cantilenò, sul ritmo della filastrocca di prima. Nei suoi occhietti brillava la stessa aria ilare. « E con lei anche Edda morirà. »
La candela a destra tremolò e si spense. Con un sorriso di scusa, anche la figura di Edda iniziò a ondeggiare, dissolvendosi come fumo nell’aria.
Rimase a fissare il punto dove fino a poco prima c’era la bambina, poi si rivolse stupita verso l’altra.
Il suo sorriso sdentato ne metteva a nudo le gengive, e dava una luce cupa ai suoi occhi: « Basta un soffio, ed Edda non c’è più! »
Si svegliò di soprassalto, gli occhi scuri della bambina ancora fissi nei suoi. Che sogno assurdo. Che razza di sogno assurdo!
Alzò lo sguardo verso il soffitto, verso l’unico raggio di luce che trapassava le persiane e danzava nella stanza. E notò qualcosa appeso al lampadario. Una bambola di stoffa dai vestiti stracciati. Uno dei suoi occhi di vetro era rotto, mentre l’altro era tristemente rivolto verso il suolo.
Raggiunse di scatto l’interruttore della luce e l’accese. La bambola era scomparsa. Stava ancora sognando?
« Grazia… che c’è? » la voce assonnata di Lucio emerse dal cuscino accanto al suo, e la riportò finalmente alla realtà.
« Ho avuto un incubo » gli rivelò, contrita. Le dispiaceva di averlo svegliato.
Lui la scavalcò col braccio, spegnendo la luce, poi l’attirò a sé. « Non preoccuparti » le sussurrò, « ci sono io. »

Tirò su la cerniera della giacca, cercando di contrastare il vento. La piazza del paese era esattamente come la ricordava, dritta e pavimentata di chiaro. Intorno sorgevano palazzetti di varie epoche, e confluivano strade scoscese che portavano verso il castello oppure a valle. Grazia camminava piano, osservando quelle costruzioni appena familiari, ancora avvolta dall’inquietudine che le aveva lasciato il sogno.
Lucio procedeva accanto a lei, la macchina fotografica pronta a immortalare un angolo o un volto in grado di colpire la sua immaginazione.
Lo amava anche per questo, ma ogni tanto lo avrebbe voluto un po’ più veloce. « Guarda che Arianna e Massimo ci hanno dato appuntamento per le undici. »
« Lo so. »
« E sono le 11 e mezza. »
« D’accordo. »
Erano scesi fin lì per il matrimonio di Arianna, cara amica d’infanzia di Grazia. Lei era già stata nel piccolo paese dove la giovane donna rivestiva la carica di Sindaco, ma stavolta sembrava vederlo con occhi nuovi.
Giunsero al Municipio pochi minuti più tardi. All’ingresso c’era un gran via vai di persone e alcuni manifesti colorati erano appesi alle porte di legno.
Sulla soglia comparve anche Massimo, che si affrettò a trascinarli dentro.
« Arianna vi aspetta di sopra » rivelò loro. « Ultimamente è molto impegnata: il matrimonio, il memorial di lunedì, la questione del riordino dell’archivio… »
« Immagino » simpatizzò Lucio. « Ma stasera riusciremo a uscire? » Non era da lui visitare una nuova località senza assaggiarne i piatti tipici.
Massimo si strinse nelle spalle. « L’unica cosa che so è che sarete a pranzo con noi da nonna Sisina. »
Grazia ricordava con calore la nonna di Arianna, una vecchietta cordiale e simpatica sempre intenta a lavorare il tombolo. Ne ricordava anche l’ottima pasta a mano. Sorrise a Lucio. La felicità del suo stomaco era assicurata.
Arianna li accolse con un sorriso e due forti abbracci. « Avete dormito bene? »
Preferì mentirle. « Ottimamente. »
Si erano appena scambiate poche parole, quando la porta dello studio si riaprì ed entrò un giovane di circa vent’anni. « Ho portato i pannelli. Dove li lascio? »
Arianna si scusò e si diresse verso la stanza del responsabile degli affari generali.
« Di cosa si tratta? » s’incuriosì Lucio.
« Sono per il memorial di lunedì. » gli spiegò Massimo. « Ottanta anni fa una bambina del paese cadde dal dirupo su cui sorgono i resti del castello. Il riordino dell’archivio ha portato alla luce molta documentazione sull’evento, e Arianna vuole approfittarne per fare una mostra. Vorrebbe sensibilizzare la Provincia e ottenere i fondi per fare dei lavori nell’area, recuperare il castello e ridurre i rischi. Ancora oggi, è una zona pericolosa. »
« Quindi non possiamo andare a fare fotografie? »
Mentre parlavano, lo sguardo di Grazia cadde sui documenti sparsi sulla scrivania di Arianna. La faccenda incuriosiva anche lei. « Povera piccola. Come cadde? »
« Si pensa che sia scivolata. Fecero un sacco di indagini, comunque. La bambina era la figlia del Podestà. » Massimo fece un mezzo sorriso. « E aveva anche un nome molto fascista. Si chiamava Edda. »

Dopo il pranzo da nonna Sisina, Grazia insisté per portare Lucio a fare una passeggiata in paese. Fin da quando Massimo le aveva detto il nome della bambina caduta dal dirupo, un solo pensiero continuava a ruotarle nella testa. Costrinse Lucio a un lungo giro, fino a raggiungere il cimitero. Anche da lì, come da qualsiasi punto del paese, era impossibile non notare le rovine del castello che, nonostante secoli di abbandono, continuava a vegliare sul paese.
« Si può sapere cosa ti è preso? » le chiese Lucio, quando varcarono i cancelli del cimitero.
Grazia lo costrinse ad abbassare la voce. In breve, gli riassunse il sogno.
Lui la scrutò, le sopracciglia aggrottate. « Forse avevi già sentito questa storia » le fece notare, « e l’avevi dimenticata. Sono cose che capitano. »
Scosse il capo davanti alla sua spiegazione razionale. Era sicura di non aver mai ascoltato nulla su quell’episodio, altrimenti l’avrebbe ricordato.
Trovarono la tomba abbastanza agevolmente, anche grazie alle indicazioni del custode. Era ricoperta di fiori freschi che ne nascondevano la fotografia. Grazia li scostò, trattenendo il fiato, e dalla cornice d’argento comparve il volto che aveva sognato la notte precedente.
L’inquietudine che l’aveva accompagnata fin da quando si era destata scomparve di colpo. Ora sapeva ciò che quella bambina voleva da lei.

Il vento continuava a fischiare, percorrendo le strade tortuose e sottili del paese, traendone echi sonori come da uno strumento musicale. Dalle alte finestre del palazzo dove aveva sede l’archivio comunale, Grazia si soffermò a guardare gli edifici. Sembravano quasi ondeggiare, timorosi della carezza del vento. Solo il castello restava immobile, presenza imponente pur se smembrata. Dalle sue pietre levigate sembrava scivolare a valle un’altra musica, che si sommava alle note del vento. E quel suono le ricordava sempre più la filastrocca che aveva cantato nel sogno la piccola Teresa. Quasi inconsciamente iniziò a modularla.
« Conoscete anche voi la “strofa della candela”? » La voce del ragazzo che si stava occupando del riordino, Salvatore, la strappo’ ai suoi pensieri.
« “Strofa della candela”? » tentennò, voltando le spalle ai sussurri del paese.
Lui annuì, e le cantò la stessa filastrocca che aveva udito nella notte appena trascorsa.
Grazia lo pregò di continuare, e l’ascoltò concluderla, con le uniche frasi che si discostavano dalle parole di Teresa: « Quando la candela si spegnerà, con lei anche la vita finirà. Basta un soffio, e la fiamma non c’è più » cantò Salvatore, e la strofa parve continuare a volteggiare negli echi del vento. « Inquietante, vero? Ancora non so perché ai bambini piaccia tanto! »
Non sapeva cosa rispondergli. Annuì e lo ringraziò. Le carte finora non le erano state di grande aiuto, eppure quella filastrocca dava la conferma ai suoi sospetti. Se doveva credere al suo sogno, Edda non era morta per caso. Non sapeva ancora come fosse possibile, ma era evidente che tutto ciò che aveva sentito durante il sonno fosse la verità. Negli incartamenti c’era anche una Teresa, una tale Teresa Sagri, che aveva dato l’allarme della scomparsa di Edda. Era una sua solita compagna di giochi. Aveva raccontato che la bambina aveva perso la sua bambola ed era andata verso il dirupo per raccoglierla. Da allora lei non l’aveva vista più. Gli abitanti del paese avevano subito organizzato una squadra di soccorso, e avevano cercato Edda per più di due giorni, prima di ritrovarla. Quando infine l’avevano raggiunta, lei giaceva su alcuni massi, il braccio teso nel tentativo di afferrare la bambola, infranta appena più in basso.
Grazia aveva trovato anche una foto della bambola, e anch’essa era identica a quella che aveva sognato. Per quanto riguardava Teresa Sagri, non aveva modo per identificarla. Nei documenti si diceva solo che suo padre si chiamava Domenico ed era un contadino. Grazia avrebbe voluto sapere se era ancora viva, ma i registri di Stato Civile erano stati in gran parte distrutti durante la guerra, e quando aveva chiesto notizie a Salvatore lui si era stretto nelle spalle. Non conosceva nessuna signora con quel nome, per sapere qualcosa in più avrebbe dovuto chiedere agli anziani del paese.
Grazia aveva annuito, e si era appuntata mentalmente di chiedere notizie a nonna Sisina.
Rimase nell’archivio ancora per un mezz’ora, poi salutò il ragazzo e risalì verso l’albergo.

« Beh, per prima cosa volevo dirvi che siamo felicissimi di avervi qui con noi per il nostro matrimonio » esordì Massimo, quando, dopo la cena, gli proposero di fare un brindisi.
« Se mangeremo come in questo locale, lo saremo anche noi! » gli rimandò Lucio, meritandosi una gomitata nel fianco.
« Piantala. »
Arianna rise. « In realtà, stasera vi abbiamo portati qui perché c’era un’altra cosa che volevamo festeggiare. »
L’idea attraversò la mente di Grazia in un lampo, e la espose senza pensarci su: « Sei incinta? »
L’amica annuì, e Massimo ne approfittò per cingerle le spalle e precisare: « Se sarà maschio lo chiameremo Alberto, come mio padre. »
Arianna alzò gli occhi al cielo. « Invece sarà femmina » gli ribatté, « e la chiameremo Teresa, come mia nonna. »
« Va bene, tesoro. »
« Questi uomini! Sono passati secoli, eppure loro sono ancora fissati con i figli maschi! » si voltò verso Grazia, in cerca di sostegno.
Lei la fissava, senza fiato. « Tua nonna si chiama Teresa? » le domandò e, al suo assenso, non poté non incalzarla: « E qual era il suo cognome prima di sposarsi? »
« Teresa Sagri. » Arianna sorrise della sua espressione stupefatta. « Si, è stata lei a dare l’allarme per la scomparsa di Edda Giulini. Erano molto amiche, e infatti, nonostante tutti gli anni trascorsi, mia nonna manda ancora i fiori sulla sua tomba. » Stavolta il suo sorriso si fece triste. « Ci sono amicizie che durano in eterno. »
Grazia ricambiò il suo sguardo, poi annuì.

Approfittò dell’ennesima sortita fotografica di Lucio per andare a trovare nonna Sisina. Il matrimonio sarebbe stato nel pomeriggio, quindi aveva un po’ di tempo per prepararsi. Scivolò per le strade del paese, stranamente placide. Era una giornata calda, e il vento sembrava aver abbandonato i selciati di pietra e i muri delle case. A pochi metri dall’abitazione dell’anziana signora, le sue narici furono investite dall’odore familiare della salsa di pomodoro. Nonostante tutto, Grazia sorrise. Era l’abitudine contadina, a tavola prima di mezzogiorno. Altri ritmi, altre epoche.
Bussò piano, eppure nonna Sisina venne subito ad aprirle. Portava un fazzoletto nero con dei fiorellini bianchi sul capo canuto, e spessi occhiali nascondevano i suoi occhi scuri. L’accolse con calore, lieta di avere compagnia.
Grazia si sentì quasi in colpa per ciò che le avrebbe chiesto, ma ormai non poteva più tirarsi indietro. Infine, si fece coraggio: « Dunque siete stata voi a… dare l’allarme per la scomparsa di Edda. »
Nonna Sisina le aveva offerto un goccio del suo liquore di erbe e ora era seduta sulla poltrona di fronte a lei. Ebbe un tentennamento, poi annuì. L’espressione nei suoi occhi mutò, divenne remota, quasi colpevole.
I sospetti che Grazia aveva nutrito fin da quando si era destata dopo il sogno divennero ancora più forti. Teresa aveva soffiato sulla candela di Edda, la fiamma non si era spenta da sola. Deglutì. « Sono passati molti anni, ormai. Qualsiasi colpa è svanita. »
Gli occhi scuri la scrutarono attraverso le lenti spesse.
Grazia non aveva altra scelta. Le raccontò il sogno.
Mano a mano che narrava, la vecchietta annuiva o la fissava, con un’espressione indecifrabile. « Mi levate un pensiero » disse, infine. « Volevo confessarmi, ma non ho mai avuto il coraggio di dirlo al prete. Voi forse non potete capirmi, ma più passano gli anni e più diventa difficile… »
Invece la capiva. Seguì la sua voce esitante che cercava stentatamente le parole in italiano, senza perdere nulla della sua inflessione dialettale. Vide le sua mani rugose tremanti, mentre quell’antica colpa ricadeva su di lei.
« Raccontatelo a me, cosa successe quel giorno e, forse, troverete anche la forza di confessarvi. »
« Ma una colpa così, come può essere perdonata? » Nonna Sisina rimase sola col suo dubbio per qualche lungo istante, poi si riscosse. « Edda era la mia più cara amica. Giocavamo sempre insieme, nonostante lei fosse una signora e io solo una contadina. Andavamo sempre al castello, lì non ci saliva nessuno. Lei aveva bei vestiti, bei fermagli. A volte me ne regalava qualcuno, e le nostre mamme ci sgridavano, perché non stava bene. Io le portavo le fragole, e lei diceva che erano le più buone del paese. Poi le regalarono quella bambola. Lei non se ne separava mai, non mi permise mai di toccarla. Io la facevo sempre giocare con i miei pochi giochi, ma lei non voleva a nessun costo che io toccassi la sua bambola. Quel pomeriggio litigammo. C’era un vento forte, me lo ricordo ancora. Lei disse che piuttosto di darla a me l’avrebbe gettata dal dirupo. Arrivò lì, sul ciglio, e sporse la bambola. E io le dissi che a quel punto poteva buttarsi anche lei. » Si fermò. Dalle pieghe della poltrona tirò fuori un fazzoletto di stoffa. « L’ho spinta, o almeno credo. Devo averlo fatto, anche se non me lo ricordo. Poi me ne sono andata, sono corsa da mia madre. Le ho detto che Edda era caduta, le ho detto tutto. Lei mi ha stretta forte, e mi ha detto che dovevo dimenticare. Edda era la figlia del Podestà, la persona più importante del paese. Se solo avessero saputo che ero stata io a buttarla giù, saremmo stati cacciati. Mia madre mi disse che le cose erano andate diversamente, che la bambola era caduta e che io ero scesa a cercare aiuto. Me lo ripeté tante di quelle volte che alla fine io stessa mi credetti che era così. Per tanti anni, ho dimenticato. Poi, piano piano, il ricordo è tornato. E ora Edda è venuta a chiedere giustizia, tramite voi. »
Grazia scosse il capo, lentamente. « Edda non vuole giustizia » disse, e si stupì lei stessa delle sue parole. « Lei vi ha già perdonata, fin da allora. Ora vuole solo che voi perdoniate voi stessa. »
Nonna Sisina strinse il fazzoletto, lo sguardo disperato. Scosse il capo. « Ho commesso un peccato troppo grande. »
« Credo che nessun peccato sia così grande da non poter essere cancellato da un’intera vita di rimpianto. » Provò a sorriderle. « E poi non è stata colpa vostra. Voi non volevate ucciderla. A volte i bambini fanno cose crudeli, ma solo perché non ne comprendono fino in fondo le conseguenze. » Tese la mano e toccò le dita rugose dell’anziana. « Confessatevi, se volete. Il prete capirà. Nessuno potrà mai condannarvi. Neanche Edda lo ha fatto. »

Il cielo minacciava pioggia. Grazia alzò lo sguardo verso le nuvole che si addensavano sopra di lei e decise che era giunto il momento di rientrare. Varcò la soglia di quella casa antica, e ne raggiunse il grande tavolo di legno. Su di esso c’erano due candele, una spenta e l’altra ancora accesa, consumata fino alla fine. Nella poltrona sedeva una donna anziana, e Grazia riusciva a vederne solo il fazzoletto nero e bianco. Accanto al tavolo, i gomiti appoggiati sul legno, c’era una bambina che sorrideva. Grazia la riconobbe, anche in sogno. Vide la curva delle sue labbra, i suoi occhi. Vide la bambola posata accanto a lei, gli occhi integri e il vestito intatto.
Un colpo di vento spalancò all’improvviso la finestra e colpì la candela. La fiamma tremolò ancora, prima di svanire. Nel buio calato nella stanza, la voce di Edda ripeté un’antica cantilena, mutandone l’ultima frase: « Basta un soffio, e Teresa non c’è più. »

La telefonata giunse il mattino dopo. Erano trascorsi tre mesi dal matrimonio di Arianna e Massimo. Le due amiche parlarono a lungo. Grazia non aveva mai saputo se nonna Sisina si fosse confessata, o se avesse raccontato qualcosa alla nipote, perciò non le disse nulla.
« Sai » le rivelò Arianna, verso la fine della telefonata. « proprio ieri ho fatto l’ecografia. Sono due gemelle, come sospettavamo. »
Grazia sorrise, in attesa delle sue parole.
L’amica esitò, prima di confidarle: « Volevamo chiamarle Teresa ed Edda. »
Lei annuì. « Mi sembra un’ottima idea. » Parlarono ancora, poi si salutarono.
Ci pensò a lungo, nell’arco della mattinata, e un paio d’ore più tardi prese di nuovo il telefono. Nonna Sisina forse se l’aspettava, da lei, una corona di fiori.